di Annachiara Valle
Famiglia Cristiana, 3 aprile 2024
Papa Francesco parla di quella che definisce “la virtù sociale per eccellenza” spiegando che senza di essa non può esserci vera convivenza, ma solo la legge del più forte. Poi mostra il rosario e il Nuovo Testamento di un soldato ucraino morto al fronte e ripete che “la guerra è una pazzia”. Una catechesi breve che il Papa legge tutta d’un fiato. Avvolto nel cappotto bianco, in una piazza san Pietro ancora addobbata con i fiori arrivati dall’Olanda e da Sanremo, continua il ciclo preparato su “i vizi e le virtù”. Parla della giustizia citando il Catechismo della Chiesa Cattolica che la definisce così: “La virtù morale che consiste nella costante e ferma volontà di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto”. A ciascuno il suo, in altre parole. “È la virtù del diritto”, spiega il Pontefice, “che cerca di regolare con equità i rapporti tra le persone. È rappresentata allegoricamente dalla bilancia, perché si propone di “pareggiare i conti” tra gli uomini, soprattutto quando rischiano di essere falsati da qualche squilibrio. Il fine della giustizia è che in una società ognuno sia trattato secondo la sua dignità. Ma già gli antichi maestri insegnavano che per questo sono necessari anche altri atteggiamenti virtuosi, come la benevolenza, il rispetto, la gratitudine, l’affabilità, l’onestà: virtù che concorrono alla buona convivenza tra le persone. La giustizia è una virtù per la buona convivenza delle persone”.
La giustizia è essenziale per non vivere come in una giungla. “Tutti comprendiamo”, dice Francesco, “come la giustizia sia fondamentale per la convivenza pacifica nella società: un mondo senza leggi che rispettano i diritti sarebbe un mondo in cui è impossibile vivere”. E “senza giustizia non c’è pace”, il Papa lo ripete per due volte. “Infatti”, sottolinea, “se la giustizia non viene rispettata, si generano conflitti. Senza giustizia, si sancisce la legge della prevaricazione del forte sul debole. È questo non è giusto”.
Ma la giustizia non si esercita solo nei tribunali e o nelle situazioni grandi. Agisce anche nel piccolo, nella “nostra vita quotidiana. Stabilisce con gli altri rapporti sinceri: realizza il precetto del Vangelo, secondo cui il parlare cristiano dev’essere: “Sì, sì”, “No, no”“ perché “il di più viene dal Maligno”. Non bisogna usare mezze verità, “discorsi sottili che vogliono raggirare il prossimo, le reticenze che occultano i reali propositi”. L’uomo giusto, al contrario, “è retto, semplice, è schietto e non indossa maschere, si presenta per quello che è, ha un parlare vero. Sulle sue labbra si trova spesso la parola “grazie”: sa che, per quanto ci sforziamo di essere generosi, restiamo sempre debitori nei confronti del prossimo. Se amiamo, è anche perché siamo stati per prima amati”.
Il Papa ricorda le innumerevoli definizioni di uomo giusto: “L’uomo giusto ha venerazione per le leggi e le rispetta, sapendo che esse costituiscono una barriera che protegge gli inermi dalla tracotanza dei potenti. L’uomo giusto non bada solo al proprio benessere, ma vuole il bene dell’intera società. Dunque non cede alla tentazione di pensare solo a sé stesso e di curare i propri affari, per quanto legittimi, come fossero l’unica cosa che esiste al mondo. La virtù della giustizia rende evidente - e mette nel cuore l’esigenza - che non ci può essere un vero bene per me se non c’è anche il bene di tutti. Perciò l’uomo giusto vigila sul proprio comportamento, perché non sia lesivo nei riguardi degli altri: se sbaglia, si scusa. L’uomo giusto si scusa sempre”. Non solo, “in qualche situazione arriva a sacrificare un bene personale per metterlo a disposizione della comunità. Desidera una società ordinata, dove siano le persone a dare lustro alle cariche, e non le cariche a dare lustro alle persone”. Chi è giusto, inoltre, “aborrisce le raccomandazioni e non commercia favori. Ama la responsabilità ed è esemplare nel vivere e promuovere la legalità. Ancora, il giusto rifugge comportamenti nocivi come la calunnia, la falsa testimonianza, la frode, l’usura, il dileggio, la disonestà. Mantiene la parola data, restituisce quanto ha preso in prestito, riconosce il corretto salario a tutti gli operai. Un uomo che non riconosce un coretto salario agli operai è ingiusto”. E qualunque sia il numero delle persone giuste, il Papa ricorda che esse “attirano grazia e benedizioni sia su di sé, sia sul mondo in cui vivono. I giusti non sono moralisti che vestono i panni del censore, ma persone rette che “hanno fame e sete della giustizia”“, sognatori che custodiscono in cuore il desiderio di una fratellanza universale. E di questo sogno, specialmente oggi, abbiamo tutti un grande bisogno. Abbiamo bisogno di essere uomini e donne giusti e questo ci renderà felici”.
Al termine dell’udienza il Papa rinnova la richiesta “dell’immediato cessate il fuoco a Gaza”, pensa ai volontari uccisi mentre portavano aiuti, chiede il rilascio degli ostaggi e implora che la popolazione civile di Gaza possa avere accesso agli aiuti umanitari. Poi mostra un rosario e il Nuovo Testamento, foderato con una copertina mimetica, di un soldato ucraino morto in guerra. Alessandro, 23 anni, aveva sottolineato il salmo 129, dice il Papa. La frase in cui c’è scritto: “Nel profondo a te grido o Signore, Signore ascolta la mia voce”. E “questo ragazzo di 23 anni”, dice il Papa con dolore, “è morto nella guerra, ha lasciato davanti una vita e questo è il suo rosario e il suo Nuovo testamento che lui leggeva. Io vorrei fare un po’ di silenzio per questo ragazzo e a tanti altri morti in questa pazzia della guerra. Pensiamo a loro e preghiamo”.










