di Sabino Cassese
Corriere della Sera, 22 giugno 2026
Con i partiti in crisi, la legge elettorale non dovrebbe guardare solo alla governabilità ma andrebbe pensata per riportare i cittadini alle urne. È il momento della diaspora. A destra, un altro politico improvvisato; al centro e a sinistra, qualche neofita della politica e politici di lungo corso si dànno da fare per aumentare il già numeroso mondo dei partiti. Sono una ventina i partiti che hanno rappresentanti in Parlamento. Ora si aggiunge a destra Futuro nazionale. Nell’area del centro-sinistra pullulano le iniziative: Progetto civico Italia, Partito liberale democratico, Più Uno, Centro democratico, area riformista del Pd. Insomma, per secessione o dispersione, il mondo dei partiti si frammenta sempre di più.
Questo accade perché manca quel collante che è costituito dalle piattaforme politiche. I partiti sono sempre meno caratterizzati da politiche, progetti, programmi. Questo spinge anche a fare continue dichiarazioni ed altre esternazioni in forma di slogan. E a ricorrere a succedanei, per esempio appellandosi alla Resistenza o alla Costituzione, o all’antifascismo, o a una forma generica di patriottismo, per coprire il vuoto della politica con valori che debbono o dovrebbero essere condivisi da tutti, invece che essere la bandiera di questo o quell’altro partito. Né aiutano le antiche definizioni geografiche, destra, centro, sinistra, derivate dalla distribuzione del personale politico nelle aule parlamentari, una volta elemento qualificativo dei partiti.
A questa assenza di politiche fa riscontro la debolezza interna dei partiti. Vi aderiva, negli anni ‘50, fino al 15% della popolazione adulta; oggi l’1-1,5 (alla strutturale fragilità degli odierni partiti italiani è dedicato il fascicolo 1 del 2026 della Rivista trimestrale di diritto pubblico). Lo stesso accade per i sindacati: il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori (non conteggiando l’alto numero di pensionati iscritti ai sindacati) è sceso dal 50% del 1975 a circa il 30% di oggi.
La conseguenza è che i partiti sono diventati tante piccole oligarchie, come dimostrato anche dal fatto che i tentativi di aggregazione vengono solitamente fatti mediante negoziati di vertice, invece che attraverso convergenze dell’elettorato o degli iscritti. I vertici sono abituati a parlare tra di loro, invece che con la base, che non esiste. Un incontro intorno a un tavolo, a cena, è l’emblema più rappresentativo, invece di un congresso, di questa debolezza interna delle cosiddette “forze politiche”, spesso guidate da leader avventizi, perché non provengono dal corpo del partito che rappresentano.
La conseguenza di tutto questo è che i partiti, lo strumento principale della democrazia, perché sono il mezzo di trasmissione della domanda politica dalla società allo Stato, sono a loro volta senza una democrazia interna: ne sono indicatori l’incapacità di integrazione del dissenso interno, gestione personalistica da parte dei vertici, scarsa contendibilità dei posti di comando, protrazione degli eletti nelle cariche al di là della durata prevista dagli statuti, rinvii dei congressi, candidature parlamentari decise dai vertici. Antonio Polito, nel suo libro su La Costituzione non è di sinistra (Milano, Silvio Berlusconi editore, 2026), ricorda che alla fine del 2025 il Partito democratico ha riunito la sua assemblea nazionale (massimo organo dirigente, che dovrebbe adunarsi ogni sei mesi e in realtà è stata convocata solo una volta per anno) e preso una decisione fondamentale con la partecipazione di poco più di un terzo dei suoi membri.
I grandi progressi della democrazia sono stati avviati all’inizio dell’Ottocento, quando si è cercato di far combaciare il Paese reale con quello legale introducendo il suffragio universale, ciò che ha consentito all’80% della popolazione di acquisire il diritto di voto alle elezioni politiche nazionali. Ma negli ultimi settant’anni i votanti sono diminuiti del 30%, aprendo un forte divario tra Paese reale e Paese legale. Rapportando i votanti all’intera popolazione italiana, la quota scende a circa 49%. Meno di un italiano su due ha effettivamente espresso un voto alle elezioni politiche del 2022. A tutto questo si accompagna, nello spazio pubblico, la perdita della forza aggregativa e orientativa dei media che hanno, per circa due secoli, svolto una funzione di interpretazione degli eventi e di orientamento della società. La carta stampata contribuisce per poco più del 10% all’informazione politica, mentre Internet è diventata la principale fonte di informazione. Così l’informazione non transita più attraverso interpreti che selezionano, stabiliscono le priorità delle notizie, le illustrano, cercano di trarne valutazioni sulla direzione degli eventi. In questo quadro, meraviglia che la scelta di una nuova formula elettorale sia motivata soltanto dalla governabilità, cioè dal risultato del voto, e non dalla rappresentatività, nel senso di riportare i cittadini ai seggi.










