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di Michele Passione*

 

Ristretti Orizzonti, 21 maggio 2020

 

Senza vergogna, tra improvvide citazioni di Beccaria, Montesquieu, Nenni e Giovanni Falcone, si è chiusa in Senato la farsa delle mozioni di sfiducia al Ministro per caso.

Ovviamente, in un Paese che conservi un minimo di decenza e consapevolezza del merito delle questioni e dell'operato delle Istituzioni, un atto che chiede all'Aula la verifica sull'operato di un Ministro meriterebbe che su questo si concentrassero le opinioni e i voti.

In Italia invece non è così.

Ieri in Senato (che qualcuno voleva abolire) si è consumata un'altra pagina vergognosa.

La mozione presentata dal centro destra (compatto), sostanzialmente concentrato sul contestare al Ministro dell'ingiustizia le troppe scarcerazioni (centinaia di boss! naturalmente numeri a caso) in questi tempi di pandemia (come se le avesse disposte lui) e (perfino) di aver ceduto alle pressioni di Cosa Nostra sulla mancata nomina al Capo del Dap del Dott. Di Matteo, è stata respinta.

Tra i favorevoli, non è mancato chi (Dal Mas, Forza Italia) ha deplorato l'utilizzo di frasi come "buttare la chiave e marcire in galera", dimentico del fatto che queste sono copyright di un signore che indossava molte felpe dei carabinieri, suo alleato (?) di coalizione, col quale l'attuale Ministro ha condiviso l'ignominia dell'accoglienza in divisa di Cesare Battisti, e tante altre amenità, ma che non merita anche quest'aberratio ictus del forzista con la memoria corta. Basterebbe (e avanzerebbe) la realtà dei fatti. Azioni ed omissioni.

Poi c'è Giulia Bongiorno, che uno si chiede come fa. Contesta al Ministro di aver impedito la difesa delle donne e la vanificazione del codice rosso, ma lei i Tribunali li vorrebbe chiudere - di questi tempi - anche perché frequentati da avvocati di ottant'anni, che sono esposti al rischio. Che diamine.

Cose così; nel frattempo, ex adverso, l'ex Presidente del Senato, che ora siede in Commissione Anti Mafia, annuncia che loro stanno lavorando alla modifica della disciplina di risulta dalla storica sentenza costituzionale n. 253/2019, sulle preclusioni relative ai permessi premio per i condannati per delitti di cui all'art.4 bis, comma 1, o.p. (accontentiamoci; qualcuno voleva "impugnare la sentenza" della Corte). Altri (la senatrice Rossomando, che di mestiere fa l'Avvocato) contesta il fallimento della riforma dell'ordinamento penitenziario, contro la quale il suo partito (il PD) votò contro, dimentico degli impegni assunti, per viltà e per calcolo (ovviamente finito male).

Impossibile riassumerli tutti; tutto scivola via, tra mistificazioni bipartisan di chi invera la realtà.

Poi arriva lui, che tutti attendono. Matteo, uno dei due, quello che oggi vale niente numericamente, ma che ogni tanto si veste da Napoleone per vedere l'effetto che fa.

La prende larga, "noi siamo diversi"; tra Nenni e Khomeini alla fine però s'accoda (che tutto tornerà utile), ricordando che insomma, quando c'erano loro, Provenzano e Riina sono morti in carcere, che quello era il loro posto.

Una miseria; tutti che hanno paura della realtà, e la realtà oggi è questo virus maledetto e un'Italia in mutande, un profluvio di Dpcm e decretazioni di urgenza, ordini del giorno che impegnano al cambiamento di quello che va in Gazzetta Ufficiale e poi (per fortuna) in parte scolora due giorni dopo. La realtà è una ipnosi collettiva del Paese, e il calcolo cinico di chi occupa banchi di un Parlamento che non conta più niente, senza sapere che fare se non galleggiare, attendendo l'autunno e l'assalto ai forni.

Una destra becera e forcaiola, un Governo che ancora mantiene in vita gli osceni decreti salviniani (esilarante rivedere le promesse di Zingaretti, di abrogarli/modificarli), che nulla ha cambiato in materia di Giustizia, appaltandone la gestione a un Movimento che ignora totalmente la grammatica giuridica. E qualcuno pensa ancora che valga la pena ragionare con questi, che oggi propongono una Commissione sugli effetti della modifica della disciplina della prescrizione. Una follia.

Però c'è una donna, magra e indomita, che qui vogliamo ringraziare; Emma Bonino.

La sua mozione, col sostegno di altri, è stata respinta, ma parlava di cose diverse, e guardava all'osso delle cose.

"Temo che del merito delle questioni che noi proponiamo non si farà parola", ha detto, ed è andata così. "Le mele e le arance", come pronosticato.

Lei però le cose le ha dette; ha parlato della continuità del Governo e della continuità della politica della Giustizia, un'endiadi non rassicurante per le sorti del Paese. Ha parlato della Giustizia come lotta politica, come pratica emergenziale, come pretesa punitiva, come logica del sospetto, come manette e galera. Ha ricordato le riforme mancate, quelle necessarie, e quelle varate, uno sconcio nazionale. Lo ha fatto ricordando due persone che ci mancano, e l'(in)giustizia l'hanno raccontata e vissuta; Enzo Tortora e Leonardo Sciascia.

Quei nomi in quel momento son stati come una bestemmia in chiesa, uno squillo a un funerale (anche se oggi si applaude anche lì). E noi restiamo qui, e ci chiediamo cosa ancora debba capitare, per scartare di lato, per risalire la china, perché chi crede alle sirene vada a casa, perché il Diritto torni ad essere uno strumento buono per regolare i rapporti sociali, non per regolare i conti. Che non tornano più.

*Avvocato