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di Alice Dominese

L’Espresso, 20 settembre 2024

Mentre si tagliano i fondi per le politiche di reinserimento, solo il 32 per cento dei detenuti ha un contratto regolare. E in rari casi con imprese esterne. Così costruirsi un futuro è difficile. All’interno di carceri già sovraffollate, la popolazione detenuta in Italia sta crescendo in modo costante, ma il budget dedicato è sempre più ridotto e l’accesso a opportunità di reinserimento sociale rischia di essere minore. Se la spesa media per mantenere chi vive in carcere passerà da 160,93 euro a 150,28 euro al giorno, i soldi stanziati dal ministero della Giustizia per dare lavoro ai detenuti diminuiscono progressivamente da alcuni anni.

Per il prossimo biennio, i tagli riguardano anche le spese per le politiche di reinserimento (ridotte di circa 200 mila euro) e quelle previste per gli sgravi fiscali e le agevolazioni alle imprese che assumono detenuti (in diminuzione di 2 milioni esatti). Secondo le rilevazioni dell’associazione Antigone, che si occupa della tutela dei diritti e delle garanzie nel sistema penale e penitenziario, su circa 61 mila detenuti e detenute presenti in Italia, il 32 per cento ha un contratto regolare, di cui solo il 3,2 per cento per conto di datori di lavoro diversi dal carcere. Senza contare i semiliberi e coloro che lavorano all’esterno, lo scorso anno erano poco meno di 16mila i lavoratori alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria.

Appena 845 quelli assunti da cooperative sociali e 286 quelli assunti da imprese. Questo significa che la maggior parte delle persone detenute che lavorano lo fa in carcere e per il carcere, dove le mansioni principali consistono nel preparare i pasti e distribuirli oppure in funzioni amministrative.

“Se si parla di organizzare lavori minimamente più articolati, servono gli spazi per allestire delle strutture, oltre che i soldi. Ma soldi e spazi in carcere non ci sono. Nonostante il sistema carcerario sia costosissimo, le spese vanno essenzialmente negli stipendi della polizia penitenziaria. Se si considera con quanti soldi mangiano i detenuti e se si guardano le cifre per le manutenzioni, emerge che la distribuzione delle risorse è inadeguata, così come le somme spese per il loro lavoro”, commenta Alessio Scandurra, coordinatore per Antigone dell’Osservatorio sulle condizioni di detenzione.

Il fatto che i detenuti lavorino soprattutto per l’amministrazione penitenziaria, poi, comporta che le competenze che possono acquisire sono in gran parte meno spendibili, una volta usciti dal carcere, rispetto a quelle raggiunte lavorando per un ente esterno, dove anche i rapporti umani cambiano.

“Ci dicono di essersi riscoperti e di avere ricostruito la propria autostima - racconta Erika Bardi, responsabile degli inserimenti lavorativi per il laboratorio di pasticceria “Banda Biscotti” del carcere di Verbania - ci sono persone che vediamo cambiare in pochi mesi nella riacquisizione di capacità relazionali, soprattutto perché in carcere subiscono a lungo rapporti di potere e qui ne sperimentano altri molto diversi”.

È d’accordo Luciana Delle Donne, fondatrice di “Made in Carcere”, una sartoria nella casa circondariale di Lecce dove le detenute lavorano alla produzione di borse e vestiti: “Imparano a gestire le relazioni tra colleghi, le regole del mondo del lavoro, ma soprattutto la bellezza di un lavoro onesto che le fa uscire dal tunnel dell’invisibilità. Spesso, prima di lavorare in sartoria, non avevano mai ricevuto una busta paga con scritto il loro nome. Poi la responsabilità del successo del prodotto è loro, perché compiono scelte creative selezionando i tessuti, mentre in carcere devono chiedere il permesso anche per alzare il braccio”.

Oltre a permettere di costruirsi un futuro fuori dal carcere, avere un lavoro consente ai detenuti di pagarsi il sopravvitto e le spese legali. A volte è anche l’unica fonte di sostentamento per le loro famiglie. In alcune situazioni specifiche, consente inoltre di chiedere permessi e misure di detenzione alternative, come la semilibertà. Nel caso del progetto “Banda Biscotti”, i lavoratori hanno la facoltà di uscire dal carcere per recarsi al laboratorio esterno, una condizione che riguarda 565 detenuti su tutto il territorio nazionale, con tempi di assunzione variabili.

“Di base restano un anno, alcuni diventano tutor per quelli che arrivano dopo. Difficilmente proseguono al termine della reclusione, ma sono consapevoli che i nostri posti di lavoro non sono infiniti ed è necessario dedicarli a chi sta scontando una pena”, spiega Bardi.

Tra i motivi per i quali il lavoro in carcere è poco, oltre alla scadenza dei finanziamenti su cui si basano i progetti delle cooperative sociali, ci sono anche le difficoltà burocratiche che rendono complicato per le imprese ricevere le agevolazioni previste. Secondo Scandurra, c’entrano anche le diverse priorità tra istituti di pena e aziende: “È difficile intercettare le imprese, perché il carcere pensa all’ordine interno, mentre gli imprenditori, pur animati dalle migliori intenzioni, hanno come obiettivo pure il guadagno, che non sempre è sostenibile nelle dinamiche carcerarie, dove tutto funziona finché non ci sono degli imprevisti. Quando il laboratorio non funziona o le persone non possono lavorare per un certo periodo, il lavoro salta”.

A fare da sfondo a questa situazione complessa c’è la condizione di fragilità che caratterizza la popolazione detenuta e che rende difficile l’accesso al lavoro. Le persone in carcere considerate tossicodipendenti sono quasi il 30 per cento, il 20 per cento fa uso di stabilizzanti dell’umore, antipsicotici e antidepressivi, mentre il 12 per cento ha una diagnosi psichiatrica grave, in crescita rispetto al 2022, come segnala Antigone nel suo ultimo rapporto sulle condizioni di detenzione. Anche per questo, il percorso verso un impegno lavorativo richiede prima adeguati interventi di supporto.