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di Marta Cartabia

La Stampa, 18 maggio 2022

Io dalla famiglia Calabresi, da Gemma e Mario in particolare, ho imparato il mestiere che sto svolgendo ora. Ho imparato qual era l’idea di giustizia che avrei voluto portare avanti. Ho imparato a mettere a fuoco quale fosse il volto della giustizia per cui avrei voluto lavorare da ministra.

Quello che è accaduto, è stato di trovarmi protagonista in un momento di svolta - era il 28 aprile 2021 - quando la Francia, dopo una serie di insistenti richieste sull’estradizione degli italiani condannati per i reati di terrorismo e riparati a Parigi, dispose con una certa sorpresa di consentire alla giustizia di fare il suo corso per esaminare quelle richieste di estradizione.

Un processo di estradizione che era stato bloccato per decenni in nome della famosa dottrina Mitterand, secondo cui quelle erano state condanne per idee politiche e non per aver commesso reati. Quell’interpretazione screditava le istituzioni italiane, il lavoro della nostra magistratura, ma soprattutto offendeva le vittime e il loro dolore.

Perciò quando insediata al governo ebbi la possibilità di ribadire la nostra richiesta al neo ministro della giustizia francese, Eric Dupond Moretti, non ebbi esitazione. La notizia di quella svolta provocò reazioni fortissime e divergenti. Fui chiamata a intervenire nel dibattito pubblico e a spiegare questo gesto del governo. E dissi: “Non è sete di vendetta che mi anima e spero non animi nessuno in questo Paese, ma sete di chiarezza e sete di reale possibilità di riconciliazione, perché non ci può essere riconciliazione senza verità”.

In quei giorni, mi colpì moltissimo la reazione in particolare di Gemma Calabresi, riassunta in una bella intervista proprio a la Stampa: “Provo due sentimenti. Il primo è un sentimento di giustizia perché finalmente la Francia riconosce le sentenze italiane, ed è importante. Io, il mio percorso, l’ho iniziato dopo il processo in Italia. Dopo aver avuto verità e giustizia. Ma nello stesso tempo, ho pensato a quell’uomo più anziano di me che è molto malato e chiedo che senso ha oggi toglierlo alla sua famiglia e relegarlo in un carcere a finire i suoi giorni. Sinceramente non me ne sento gioire”.

Questa posizione, che si commenta da sé, mi conferma la sensazione che ho ogni volta che mi trovo al cospetto di Gemma Calabresi, come al cospetto delle vittime di gravi reati.

Dico al cospetto perché c’è un’autorevolezza che non deriva dalla veste istituzionale ma da un vissuto che quasi genera soggezione. Perché il loro dolore, la loro storia esige autenticità. Perché si è dato forma lì a quella che è una delle componenti a cui tengo di più delle tante riforme a cui stiamo lavorando, quella della giustizia riparativa. È una strada che passa dall’incontro.

Passa dal mettere in luce fino in fondo tutti gli aspetti della verità: il compito della giustizia e dei tribunali credo che risponda essenzialmente a questo bisogno di verità che hanno innanzitutto le vittime e tutta la collettività. Ma la giustizia riparativa guarda oltre.

Guarda a una possibilità di ricucire, guarda a una possibilità anche per chi ha subito fatti così gravi - oltre che per chi li ha commessi - di uscire dalla prigionia di quel momento, pur vissuto in tutta la sua gravità, e spingersi con uno sguardo in avanti. Oggi ricorrono i 50 anni dall’omicidio di Luigi Calabresi. Una giornata in cui si consegna alla storia quello che è accaduto. Chiudo citando il presidente Mattarella che ha parlato di “ricomposizione della comunità, ricostruzione del nostro tessuto civile”.