sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giovanni Laino

Il Domani, 5 maggio 2026

I senza dimora costituiscono un “mondo di mondi”. L’Housing First è un approccio innovativo che mette la casa come punto di partenza, non come traguardo finale: non più un letto in dormitorio come premio per la buona condotta, ma una chiave di casa come base per ricominciare. Diecimila persone in una sola notte. È l’istantanea, cruda e senza filtri, scattata dall’Istat nel cuore dell’inverno scorso: un censimento che nelle 14 città metropolitane italiane ha contato 10.037 esistenze sospese. Di queste, quasi la metà non ha nemmeno il conforto di un letto in un centro di accoglienza; vivono - o sopravvivono - tra marciapiedi, parchi e sistemazioni di fortuna.

Il dato non è solo un numero, ma la conferma di un legame viscerale e drammatico tra la dimensione delle nostre città e la perdita della dignità abitativa: più la metropoli cresce, più espelle i gli abitanti più fragili verso i margini. Roma si conferma l’epicentro di questa crisi, accogliendo da sola oltre un quarto del totale nazionale (2.621 persone), seguita da una Milano che conta 1.641 senza dimora. Ma è nel confronto tra le città che emerge la complessità del fenomeno: se a Torino e Napoli i numeri assoluti si equivalgono, la geografia del disagio cambia pelle muovendosi lungo la penisola.

Mentre al Nord la presenza straniera nelle strutture di accoglienza è preponderante, superando i due terzi del totale, al Sud il fenomeno assume contorni diversi, spesso legati a forme di marginalità più autoctone e meno visibili, ma non per questo meno feroci. Diecimila invisibili: chi sono le persone senza dimora nelle città italiane Un mondo di mondi Guardando più da vicino il fenomeno, emerge che i senza dimora costituiscono un “mondo di mondi”: un universo frammentato per storie, condizioni sociali e traiettorie biografiche. A livello europeo, la homelessness è definita in modo esteso attraverso la tipologia Ethos, che include non solo chi vive in strada, ma anche chi è privo di un’abitazione stabile, sicura o adeguata. In strada si incontrano persone con disturbi psichici, dipendenze, biografie segnate da traumi improvvisi - perdita del lavoro, separazioni, sfratti -, ex detenuti, persone dimesse da ospedali o strutture assistenziali, ma anche individui colpiti da processi più lenti di impoverimento.

Ma il fenomeno non si esaurisce in chi dorme su cartoni e coperte. Ci sono persone che vivono in auto, nei centri di accoglienza, o in soluzioni temporanee. A queste si affiancano coloro che dispongono di una “residenza di prossimità”: un indirizzo formale utile per accedere a diritti e servizi, ma che non corrisponde a un luogo reale in cui potere abitare. Si tratta di un dispositivo amministrativo che consente l’accesso a prestazioni essenziali a chi vive in condizioni abitative precarie o informali (strada, occupazioni, sfratti, sistemazioni instabili). Inoltre, altre quote di popolazione ben più ampie, soprattutto in alcune città del sud, vivono in alloggi del tutto impropri: tende, baracche, seminterrati, bassi.

Solo a Napoli si stimano circa 15.000 bassi, abitati da circa 40.000 persone, spesso in condizioni critiche. In questi contesti si concentra anche una quota significativa di popolazione migrante, costretta a condividere spazi minimi in condizioni di forte sfruttamento. In condizioni meno drammatiche ma comunque critiche vi sono poi persone tendenzialmente espulse dalle loro abitazione a causa dei fenomeni di turistificazione che spingono i proprietari. “Sono un manager senzatetto, la mia azienda non lo sa”. Le storie di chi vive per strada: oltre un quarto è a Roma L’Housing First L’Housing First è un approccio innovativo che mette la casa come punto di partenza, non come traguardo finale: non più un letto in dormitorio come premio per la buona condotta, ma una chiave di casa come base per ricominciare.

Il modello prevede l’inserimento diretto in appartamenti indipendenti di persone senza dimora, accompagnato da un sostegno personalizzato. La casa diventa così la base per ricostruire autonomia e diritti di cittadinanza. Il modello molto efficace in alcuni paesi europei è una infrastruttura di welfare urbano costruita attraverso reti locali, ancora del tutto minoritaria in Italia. Alcune città, come Bologna e Milano, stanno progressivamente spostando il baricentro dai servizi di accoglienza all’abitare.

Altre, come Napoli, si trovano ancora in una fase intermedia, in cui convivono politiche emergenziali, interventi di strada e pochi primi programmi di autonomia abitativa. L’espansione degli affitti turistici, la carenza di edilizia residenziale pubblica, la pochezza dei cohousing, sempre più necessari in una società che invecchia, lo sfruttamento lavorativo di molti migranti senza casa o in pessime condizioni abitative, contribuiscono a rendere strutturale il problema. Quindi il numero delle persone senza dimora dipende da chi si considera ed è comunque destinato a crescere.

In Italia non esiste ancora una strategia nazionale unitaria di prevenzione e contrasto della homelessness. Attraverso strumenti come il Fondo Povertà, il PON Metro Plus e il Pnrr, negli ultimi anni si è cercato di rafforzare gli interventi locali. Una strategia che si deve necessariamente collegare a quella di nuovi piani casa, con politiche integrate, di livello europeo, nazionale e locale. Per associare efficacia delle politiche e massima tensione all’equità, si tratta di abbandonare il prevalente modello emergenziale per un approccio teso all’esigibilità dei diritti cercando di superare gli sprechi.