di Gabriele Canè
La Nazione, 27 ottobre 2025
Forse bisognerebbe pensare anche a un’altra separazione. Bene se andrà in porto quella delle carriere tra pm e giudici: tra i Paesi di più solida civiltà giuridica, restiamo quasi l’eccezione. Ma non basta, un altro passo è necessario, fondamentale nel nostro malconcio stato di diritto: la separazione della giustizia dalla insostenibile lentezza dei suoi tempi. Quando Marina Berlusconi punta il dito accusatorio sui “persecutori giudiziari” del padre zittiti dall’ultima sentenza della Cassazione, non grida solo l’estraneità a ogni connivenza con la mafia. Ovvio. Denuncia anche e soprattutto come questa risposta sia arrivata dopo 30 anni! Indecente, come lo sono altre migliaia di casi che si trascinano nei rinvii di mesi per un’assenza in aula, nelle ripartenze di una causa perché il dossier è passato di mano, per una fotocopia che manca.
Allora, non stupisce che l’Associazione magistrati si indigni, in fondo neppure troppo, per l’accusa di complotto. Ma è anche un segnale di serietà che il suo presidente, Cesare Parodi, ammetta che “la tempistica non ha funzionato e che qualunque vicenda che dura 30 anni, è qualcosa che un Paese civile non dovrebbe conoscere”. Con una indicazione positiva che si può trarre da questa osservazione: quello dei tempi può e deve essere un terreno comune per una riforma urgente, seria e condivisa. Perché, certo, nei modi sono possibili visioni diverse. Figuriamoci, il giustizialismo e il parallelismo oggettivo tra inchieste giudiziarie e obiettivi di alcuni partiti ha caratterizzato la vita politica e istituzionale degli ultimi decenni. I tempi, però, sono altra cosa. Sono i mezzi necessari per far funzionare la macchina, gli organici adeguati, un corpo legislativo che snellisca le procedure invece di appesantirle. Riguardano tutti, giudicanti e giudicati. Sono la difesa collettiva dall’ingiustizia più ingiusta: ottenerla a tumulazione avvenuta.











