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di Bruno Ferraro*


Libero, 23 settembre 2020

 

La nostra Costituzione, come tutte le Costituzioni dei Paesi di cultura occidentale, è basata sul principio della separazione dei poteri. Egualmente dovrebbe e potrebbe ritenersi che anche all'interno della magistratura operi il principio della netta distinzione tra giudici e pubblici ministeri, ovvero tra chi giudica sulla fondatezza di un'accusa e chi del potere di accusare è l'indiscusso titolare.

Purtroppo, una tale costruzione nel nostro Paese, benché concettualmente e costituzionalmente sostenibile, non si è mai realizzata. Il pm continua ad accusare, spesso con un grande spiegamento di mezzi e di risorse nonché di sovraesposizione mediatica, ma quando si arriva al dunque, ovvero ad acclarare l'infondatezza delle accuse, gli inquirenti si fanno scudo delle "guarentigie" costituzionali che furono volute esclusivamente per i giudici. Per rendersene conto basta leggere l'articolo 107 della Costituzione, ed in particolare l'ultimo comma che fa discendere le garanzie per i Pm non dalla Carta fondamentale bensì da una legge ordinaria.

Così la storia di Mani Pulite è costellata di assoluzioni per personaggi troppo presto condannati alla gogna mediatica. Ricostruzioni storiche effettuate sulla base di dichiarazioni di pentiti si sono rivelate fasulle. Arresti eccellenti sono stati enfatizzati dai mass media anche sulla base di roboanti dichiarazioni dei magistrati delle Procure, che hanno indossato i panni ed il ruolo dei poliziotti dismettendo la prudenza e la riservatezza che dovrebbero caratterizzare i magistrati. Le responsabilità dei magistrati, pur dopo la così detta riforma del governo Renzi, hanno continuato a far capolino in danno dello Stato e quindi della collettività, che possono rivalersi sul magistrato per l'errore inescusabile commesso solo nella misura non superiore alla metà dello stipendio entro due anni dalla condanna e purché il magistrato non sia andato in pensione.

È evidente che così non va, anche perché il tasso di deontologia della categoria non è oggi misurabile, mentre il convincimento accusatorio iniziale viene spesso anteposto all'accertamento dei fatti dando spazio alle deduzioni, alle illazioni, all'ideologia, alla sostanziale inversione dell'onere della prova. Un ex pm, condannato e poi assolto sulla base di dichiarazioni di un pentito successivamente suicidatosi, ha riportato in un libro la sua odissea affermando che "il vero problema in materia di giustizia non è quello di fare riforme epocali ma di recuperare la distinzione dei ruoli e la cultura della prova, oggi spesso soppiantata da una visione della giustizia non come servizio nei confronti del cittadino ma come esercizio di un potere".

Vogliamo pensarci, attuando normativamente la separazione di poteri e carriere? Ponendo un argine al collateralismo con la politica ed alla degenerazione correntizia? Questa, tra l'altro, è la lezione che proviene dal caso Palamara e da fin troppo numerosi casi di accuse sbollite in fase dibattimentale. Sarebbe interessante conoscere, in proposito, le intenzioni del ministro Bonafede dopo le sbandierate dichiarazioni di volontà riformatrice rese all'indomani della scarcerazione di centinaia di malavitosi pesantemente condannati.

 

*Presidente Aggiunto Onorario Corte di Cassazione