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di Gennaro Grimolizzi

Il Dubbio, 2 giugno 2022

Il professor Alessio Lanzi è consigliere laico del Csm. Giunto quasi al termine della consiliatura traccia un bilancio della sua esperienza a Palazzo dei Marescialli ed espone il suo punto di vista su alcuni quesiti referendari. “Non sono d’accordo - dice al Dubbio - con chi afferma che questo è il peggior Csm degli ultimi anni. Questa non è stata l’unica consiliatura con problemi di correntismo”

Consigliere Lanzi, il referendum sulla separazione delle funzioni dei magistrati sta suscitando un dibattito molto vivace. Cosa ne pensa e qual è il suo orientamento?

Il mio orientamento è conosciutissimo da almeno dieci anni, quando sono andato in audizione parlamentare sul progetto costituzionale di riforma per la separazione delle carriere. Sono stato e sono tuttora favorevole alla separazione delle carriere. Nel quesito del referendum, è bene evidenziarlo, si parla di divisione delle funzioni. La divisione vera e propria delle carriere darebbe origine invece ad una questione di riassetto costituzionale. La Costituzione, in effetti, prevede un unico ruolo come magistratura e parla di funzioni. La separazione delle funzioni è costituzionalmente legittima ed io sono favorevole. Ma badiamo bene, si tratta di un primo passo. La vera riforma sarebbe quella della separazione delle carriere, il che significa prevedere anche diversi Csm. Uno per i pubblici ministeri, uno per i giudici. Un Csm doppio, ognuno con le sue garanzie. Il referendum è per abrogare le norme che consentono il passaggio dall’una all’altra funzione. Invece, il provvedimento legislativo, già approvato dalla Camera, prevede che soltanto una volta si possa cambiare funzione.

Un altro quesito referendario delicato concerne la partecipazione dei membri laici a tutte le deliberazioni del Consiglio direttivo della Corte di Cassazione e dei Consigli giudiziari…

Il quesito che lei ha richiamato mi sta particolarmente a cuore. Sono stato nel Consiglio giudiziario della Corte d’appello di Milano per quattro anni. È un tema che sento molto. In linea di massima, potrei anche non essere favorevole a questo quesito. Le critiche che si fanno hanno qualche fondamento. Però, bisogna fare i conti con la situazione attuale. Nei Consigli giudiziari i pm partecipano a tutto e votano per i giudici. Gli avvocati, invece, sono estromessi dal Consiglio cosiddetto “ristretto” e non votano sulle valutazioni di professionalità. L’attuale sistema non mi convince perché non c’è parità. Se si arrivasse alla separazione delle carriere, il discorso sarebbe diverso.

Gli ultimi due-tre anni sono stati caratterizzati da una maggiore dialettica, ma anche da maggiori tensioni tra avvocatura e magistratura?

È difficile generalizzare. Parliamo prima di tutto di problemi fra le persone. Nella mia esperienza professionale (Lanzi è anche avvocato, nda) sono sempre andato d’accordo e ho rispettato i magistrati. Ho trovato quasi sempre delle persone molto aperte al dialogo. Mi riferisco sia ai pubblici ministeri che ai giudici. Quello che è più importante è che tutti remino nella stessa direzione: garantire il servizio giustizia. Alcuni, ma entriamo nella sfera caratteriali, si arroccano sulle proprie posizioni, senza accettare un dialogo liberale. Secondo me, si tratta di una situazione non legata ad un particolare periodo storico, ma di personalità degli uomini.

Il Csm è stato scosso dal caso Palamara che ha travolto la magistratura. Una brutta pagina del nostro Paese?

Il problema delle correnti e del correntismo o meglio la sua degenerazione è un fatto che, purtroppo, c’è da sempre. Questa volta è stato svelato per una serie di situazioni, di contingenze. C’è stato il trojan nel telefonino di Palamara. Sono state svelate e portate a conoscenza di tutti delle cose abbastanza risapute. Il fenomeno delle correnti che degenera in correntismo va combattuto anche perché ormai è conosciuto. In concreto però è difficile. L’esistenza delle correnti è fisiologica, probabilmente, perché ogni categoria professionale si aggrega per affinità di opinioni, di culture, di idee. Che si creino dei gruppi di persone che la pensano allo stesso modo è normale. Il problema sorge quando uno dei gruppi, una delle correnti prevarica sulle altre. Emargina coloro che non appartengono a nessuna corrente, tratta sottobanco. Si vedono dei tentativi, seppur timidi, di risolvere questo problema. Il referendum va in questa direzione. Il tema delle elezioni per collegi aggregati, portato dalla riforma Cartabia, potrebbe apportare qualche miglioramento. Ma il tema vero è un altro.

Quale?

Per evitare il fenomeno del correntismo bisognerebbe mettere dei limiti alle elezioni dei componenti togati del Csm. Se c’è un elettorato e c’è un eletto, ci sarà anche il riferimento dell’eletto rispetto al suo elettorato. Non parlo di un vincolo di mandato, ma, quando i soggetti sono pochi, è facile che l’elettorato controlli l’eletto. È stata avanzata l’ipotesi del sorteggio temperato, ma emergono problemi di costituzionalità. Secondo me, per incidere bisognerebbe intervenire a monte, sui meccanismi elettivi. Da tempo, inoltre, sostengo che nella nomina per gli incarichi direttivi e semi-direttivi il voto sia segreto e non palese. Con il voto segreto l’eletto si sentirebbe più libero di apparire al suo elettorato in un certo modo.

Qual è il bilancio della sua esperienza nel Consiglio superiore della magistratura?

È un’esperienza molto utile. Ho vissuto situazioni che dall’esterno non si percepiscono. Ho molto apprezzato il fatto che si lavori tanto, in una struttura al tempo stesso duttile. Ci sono tante esperienze e tante competenze che si confrontano in continuazione. Al tempo stesso constato un po’ di burocrazia. L’esperienza qui al Csm è molto interessante anche per la dialettica con tanti magistrati con i quali si possono avere opinioni diametralmente opposte, ma che sono utili al confronto. Dire che questo è il peggior Csm degli ultimi anni non risponde al vero.