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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 4 luglio 2025

Nessuna sorpresa in Parlamento, l’attesa è tutta per la campagna referendaria. Non senza fatica, nella palude dei 1.300 emendamenti dell’opposizione non ancora del tutto scavalcati attraverso il famigerato meccanismo del canguro, ieri il Senato ha dato il suo prima via libera all’articolo due della riforma della giustizia. Il momento si inserisce in una lunga marcia che proseguirà ancora per diversi mesi, ma ha di per sé un forte significato simbolico perché parliamo delle due righe che toccano l’articolo 102 della Costituzione e introduce il concetto di “distinte carriere dei magistrati giudicanti e requirenti”. La seduta è stata sospesa così, lasciando spazio alle dichiarazioni di giubilo della maggioranza e del governo. Il vicepremier Antonio Tajani è raggiante.

“Abbiamo ottenuto un risultato straordinario”, ha detto ai cronisti presenti nel transatlantico del Senato. L’approvazione dell’articolo per il leader di Forza Italia è “un segnale forte di cambiamento che non è contro i magistrati, anzi, è una riforma che esalta il ruolo del giudice e mette sullo stesso piano accusa e difesa. Noi vogliamo che i magistrati non siano divisi per categorie politiche”. Ancora tra i berlusconiani, anche Licia Ronzulli esulta: “La sinistra cerca di usare l’arma di distrazione di massa dello ius scholae, che non è all’ordine del giorno, per nascondere la vera notizia: al Senato sta continuando inesorabilmente il percorso di avvicinamento verso una giustizia più giusta ed imparziale”.

Da Catanzaro arriva invece il laconico commento del presidente dell’Anm Cesare Parodi: “L’approvazione di oggi (ieri, ndr) si inserisce in un percorso parlamentare ormai sedimentato. Non ci aspettiamo assolutamente sorprese in questo senso”. E in effetti la strada parlamentare è pressoché ormai spianata: martedì la conferenza dei capigruppo di palazzo Madama fisserà la data del voto finale, poi - salvo stravolgimenti - la palla tornerà alla Camera per la sua seconda lettura e a seguire passerà di nuovo al Senato per l’approvazione definitiva.

Difficilmente l’opposizione troverà un modo per evitare che vada tutto liscio e dunque, come pure ampiamente preventivato, la vera partita si consumerà nella campagna che porterà al referendum costituzionale, che si terrà al massimo nella primavera del 2026. I sondaggi d’opinione - l’ultimo è uscito a giugno, a cura dell’Eurispes - danno i favorevoli alla riforma della giustizia in vantaggio, ma la magistratura organizzata è convinta che le distanze non siano incolmabili e che dunque qualche possibilità di rimonta ci sarebbe.

La vera speranza, in questo senso, è che la partita salga di tono da un punto di vista politico e cioè che il referendum si trasformi da un sondaggio sui magistrati (come vorrebbe il governo) a un sondaggio sul governo (come auspicano i magistrati). È così che potrebbe innescarsi lo stesso meccanismo che, nel dicembre del 2016, portò non solo alla bocciatura della riforma costituzionale di Matteo Renzi, ma anche alla fine prematura del suo governo. Da notare, tra l’altro, che l’allora premier partiva da consensi addirittura maggiori di quelli di cui dispone adesso l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.