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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 27 luglio 2025

Il ministro si fa intervistare pure dal Secolo. Ne ha per tutti, dalle toghe a Franceschini. La promessa di “imbarazzare” l’Anm. E la paura che il Pd prepari colpi bassi. Il documento ripescato dall’Anm nei suoi archivi, quello del 1994 in cui l’allora pm di Venezia Carlo Nordio firmava contro la separazione delle carriere dei magistrati, sarebbe stata solo una notiziola divertente e niente più, ma a quanto pare il guardasigilli ha deciso di farla diventare la storia dell’estate. Prova ne sia il fatto che da quando le toghe hanno riesumato la vicenda, il ministro non fa che rilasciare interviste per smentire, spiegare, circostanziare il suo cambio di opinione.

Ieri, a discussione all’apparenza esaurita, è arrivato l’ennesimo rilancio in una lunga chiacchierata con il Secolo d’Italia, il quotidiano del fu Msi. Insomma, visto che la partita parlamentare è blindata, forse il ministro ha deciso di cominciare subito la campagna referendaria sulla sua riforma. E lo stile di gioco è già chiaro: un attacco al giorno, una polemica sopra l’altra, senza preoccuparsi di sembrare ridicoli o ridondanti. “Io ho cambiato idea 30 anni fa, da allora ci ho scritto 5 libri e dozzine di articoli con una certa coerenza”, si autoassolve Nordio davanti al direttore Antonio Rapisarda. Ma vari magistrati, per non parlare dei politici, l’hanno cambiata molto più di recente. Ne faremo la raccolta, e credo che l’Anm ne sarà imbarazzata”.

Gli esempi citati vanno dalla dem Debora Serracchiani - in passato favorevole alla separazione - al pentastellato Federico Cafiero de Raho, che quando era magistrato pare fosse un sostenitore del sorteggio del Csm. Tutto divertente, ma andare a pesca delle contraddizioni vere o presunte dei vari attori in campo è il modo migliore per togliere al dibattito ogni connotato politico. Perché il problema non è mai (o quasi) l’oggetto del contendere - che sia una riforma costituzionale o una delibera di consiglio comunale sulla viabilità - ma il suo portato nel dibattito pubblico. E poi c’è sempre da considerare il livello degli interpreti: la separazione delle carriere di Luigi Ferrajoli non è la stessa di cui si parla ora, così come l’abolizione del Senato di Ingrao non aveva molto a che fare con quella di Renzi.

Nella sua intervista al Secolo, per il resto, dopo aver elegantemente definito “di sconcertante sciatteria e petulante ripetitività” gli interventi delle opposizioni sulla sua riforma, Nordio se l’è presa con Dario Franceschini, la cui logica non sarebbe “folle” come quella degli altri ma “dannatamente pericolosa”. E perché mai? Risposta: “In pratica ha chiamato a raccolta le opposizioni e la magistratura per conferire al referendum un significato esclusivamente politico, come quello che di fatto fece cadere Renzi”. Il che è vero solo in parte: nel suo intervento in Senato, nel giorno in cui la riforma è passata in prima lettura, Franceschini ha paragonato la voglia di “pieni poteri” di Meloni a quella proclamata da Salvini nel 2019, ricordando alla prima che il referendum costituzionale potrebbe essere la sua fine come la folle estate del Papeete lo fu per il leghista. Un discorso duro, certo, ma questa presunta chiamata a raccolta dei magistrati non viene da lì, bensì da un retroscena uscito sul Corriere della Sera giovedì, in cui si raccontava di un Franceschini impegnato a scambiarsi messaggi in codice con le toghe, tra inchieste come quelle di Milano e di Pesaro e futuri intrecci che portano fino alle politiche del 2027 e all’elezione del successore di Mattarella nel 2029.

Non che il rischio di un abbraccio troppo stretto tra magistrati e opposizioni non esista, anche perché gli attacchi del governo ai giudici sono talmente numerosi e talmente ravvicinati nel tempo che quasi è impossibile distinguere la difesa della giurisdizione dalla quotidianità politica, e la campagna referendaria rischia di appiattire del tutto le due posizioni. E però, sul Foglio, sempre giovedì, il segretario dell’Anm Rocco Maruotti (Area Dg) ha già chiarito bene il punto: “Quella dei partiti sarà sicuramente una campagna diversa dalla nostra, perché diverso è il ruolo che svolgono nella società. Ed è giusto che questa differenza permanga e resti evidente”. Sarebbe bello ma sarà difficile. Il referendum - atteso per la primavera del 2026 - avrà un significato inevitabilmente politico. Sia perché parliamo dell’unica possibilità del governo di portare a casa una riforma, sia perché quando verrà il tempo di andare in televi, pochissimi proveranno a ragionare sul ruolo del pm nel rito accusatorio o sui problemi del Csm. La domanda che verrà posta di continuo, in decine di modi diversi, sarà un’altra, molto più semplice: state dalla parte del governo o dei magistrati?