di Andrea Bulleri
Il Messaggero, 2 giugno 2024
Che ne pensava Giovanni Falcone della separazione delle carriere? Per il partito dei contrari alla riforma, il magistrato ucciso da Cosa Nostra si starebbe già “rivoltando nella tomba”. Per quello dei favorevoli, al contrario, si sarebbe subito arruolato tra gli sponsor del ddl del governo. In statistica, la chiamano la “fallacia del cecchino texano”. Ed è l’errore in cui incorre chi, su una mole di dati disponibili, considera solo quelli (di solito pochi) che danno ragione alla sua tesi. Un po’ come quel tiratore che prima spara una raffica di proiettili a casaccio, poi disegna un bersaglio attorno ai colpi più ravvicinati, vantando le proprie abilità da cecchino provetto.
O come chi, aggiungiamo noi leggendo il dibattito in corso in questi giorni, per creare un paravento alle proprie tesi finisce per strattonare la memoria di personaggi illustri. Incorrendo talvolta in evidenti forzature, tanto più incaute - qualcuno potrebbe definirle irrispettose - quanto più chi viene tirato per la giacchetta non ha più modo di controbattere. È il caso, appunto, della discussione sulla separazione dei percorsi di giudici e pm, in cui con scarso garbo viene arruolato pure Falcone. Una questione su cui ci si scontra dalla fine degli anni Ottanta, dal varo del codice Vassalli che riformò il processo penale, e su cui quindi è comprensibile che la discussione si faccia aspra.
Quello che è meno comprensibile è che chi legittimamente si oppone al progetto di dividere concorsi, carriere e destini di magistrati inquirenti e giudicanti senta il bisogno di appellarsi alla memoria di Falcone, che - è l’accusa - si sta “rivoltando nella tomba”. Una tesi sostenuta, ad esempio, da un magistrato di lungo corso come l’ex presidente del Senato Pietro Grasso, nell’intervista concessa qualche giorno fa a Repubblica. Ma anche da un’altra ex toga, Alfredo Morvillo, sulle colonne del Fatto quotidiano. E poco importa se chiunque si metta alla ricerca di opinioni e scritti del magistrato ucciso da cosa nostra sull’argomento finisca per imbattersi inevitabilmente in risultati di tutt’altro segno. Grasso la definisce una “strumentalizzazione” delle parole di Falcone. Poi precisa: “Non parlo sulle carte, ma alla luce dei tanti discorsi fatti con lui”. E tanto, al lettore-cittadino che cerca di farsi un’opinione in merito, deve bastare.
Ed ecco che si torna al cecchino texano. Cosa possono tesi argomentate in pagine scritte di proprio pugno, ma anche in interviste (una su tutte: quella rilasciata a Mario Pirani proprio su Repubblica il 3 ottobre 1991) e lezioni registrate, di fronte ai discorsi a tu per tu? Ecco solo qualche passaggio di quell’intervista, mai smentita né ritrattata, rintracciabile per intero online.
“Un sistema accusatorio - argomenta Falcone - parte dal presupposto di un pubblico ministero che raccoglie e coordina gli elementi della prova da raggiungersi nel corso del dibattimento, dove egli rappresenta una parte in causa. (...) E nel dibattimento non deve avere nessun tipo di parentela col giudice e non essere, come invece oggi è, una specie di para-giudice. Il giudice, in questo quadro, si staglia come figura neutrale, non coinvolta, al di sopra delle parti”.
Mentre “contraddice tutto ciò il fatto che avendo formazione e carriere unificate con destinazioni e ruoli intercambiabili, giudici e Pm siano, in realtà, indistinguibili gli uni dagli altri”. Eppure, nota ancora Falcone, “chi, come me, richiede che siano, invece, due figure strutturalmente differenziate nelle competenze e nella carriera, viene bollato come nemico dell’indipendenza del magistrato (...) desideroso di porre il Pm sotto il controllo dell’Esecutivo”.
Un concetto ribadito in altri scritti. “Comincia a farsi strada faticosamente la consapevolezza che la regolamentazione delle funzioni e della stessa carriera dei magistrati del pm non può più essere identica a quella dei magistrati giudicanti, diverse essendo le funzioni e, quindi, le attitudini, l’habitus mentale, le capacità professionali richieste per l’espletamento di compiti così diversi”, si legge ad esempio ne “La posta in gioco. Interventi e proposte per la lotta alla mafia”.
Su questa direttrice - continua il magistrato - bisogna muoversi, accantonando lo spauracchio della dipendenza del pubblico ministero dall’esecutivo e della discrezionalità dell’azione penale, che viene puntualmente sbandierato tutte le volte in cui si parla di differenziazione delle carriere”. Al contrario, osserva Falcone: è proprio separando le strade che si rafforza la terzietà del giudice. Perché è solo cogliendo le “specificità” di ciascun ruolo che “si potranno disciplinare adeguatamente quei passaggi centrali in cui in concreto si gioca l’autonomia e l’indipendenza del pubblico ministero”. E forse è da queste considerazioni scritte - piuttosto chiare nel contenuto - che può essere utile ripartire se si vuol conoscere l’opinione di Falcone. Senza improvvisarsi cecchini che disegnano bersagli a posteriori.











