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di Mario Di Vito

Il Manifesto, 18 giugno 2025

Oggi in aula al Senato il testo sulla giustizia. Le opposizioni sulle barricate. Le opposizioni giurano che sarà battaglia, ma per la riforma della giustizia, che stamattina arriva in aula al Senato, il vero nemico della maggioranza è il calendario. Infatti già domani sarà impossibile proseguire la discussione in virtù di un’iniziativa legata al Giubileo mentre la settimana prossima, lunedì arriverà il testo delle comunicazioni della premier Meloni in vista del consiglio europeo, questione che verrà poi discussa martedì. Dunque l’ipotesi più probabile è che l’esame della riforma ricomincerà soltanto mercoledì. L’idea della destra è di cominciare a votare il prima possibile e, per scavalcare gli emendamenti delle opposizioni, tutto lascia presagire che verrà utilizzato il famigerato “canguro” per accorpare gli articoli simili e poi votarli in blocco.

L’imperativo categorico resta dunque quello dell’urgenza, costi quel che costi. Una fretta che si era materializzata già in commissione con la maggioranza che aveva deciso di non completare l’esame del testo e di mandarlo in aula senza relatore. Tutto questo perché la speranza è di effettuare la seconda lettura alla Camera già a luglio per poi concentrarsi in autunno sul ritorno al Senato. A quel punto rimarrà un solo ostacolo: il referendum costituzionale, che arriverebbe verosimilmente nella primavera del 2026. L’ultima rilevazione, fatta dall’Eurispes due settimane fa, vede il 60% degli italiani favorevoli alla riforma. Una cifra significativa e che però dalle parti dell’Associazione nazionale magistrati ritengono non essere impossibile da rimontare. Molto dipenderà da quanto si politicizzerà la partita: al di là del merito della questione, infatti, se il referendum diventerà un voto sul governo Meloni, tutto potrebbe cambiare all’improvviso. Il precedente della riforma costituzionale rovinosamente perso da Renzi nel 2016 lo ricordano tutti. E l’allora premier del Pd partiva da consensi anche più alti rispetto all’attuale inquilina di palazzo Chigi.

Intanto, però, in parlamento si corre, le opposizioni non hanno grandi strumenti a disposizione e tutto quello che possono fare è provare a rendere un po’ più difficile la vita alla maggioranza. Così sia da parte del Pd sia da parte del M5s verranno presentate delle pregiudiziali di merito contro la riforma che separerà le carriere dei magistrati giudicanti da quelli requirenti, sdoppierà il Csm, decreterà il metodo del sorteggio per eleggerne i membri e istituirà un’alta corte per dirimere le questioni disciplinari delle toghe. Un pacchetto che, secondo i senatori del M5s, sarebbe soltanto “funzionale a determinare un diverso e complessivo riassetto del potere giudiziario, scardinando il modello costituzionale vigente per ridurre, con interventi mirati di varia natura, il peso e il ruolo costituzionale della magistratura”.

“Interverremo molto duramente perché non c’è nella storia un solo precedente di riforma costituzionale arrivata in aula senza che si fossero conclusi lavori della commissione, è un fatto gravissimo - commenta da parte sua Andrea Giorgis, capogruppo Pd in commissione Affari costituzionali -. Cosa ancor più grave è che la riforma sia stata presentata con un testo non modificabile da parte del parlamento”. La pregiudiziale dei dem servirà nelle intenzioni a “denunciare la modalità attraverso la quale si è arrivati alla trattazione in aula e per sottolineare il contenuto della riforma, il cui obiettivo è solo quello di indebolire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura”.