di Ennio Amodio
huffingtonpost.it, 16 maggio 2024
Meloni, l’Anm, Schlein, Nordio: ognuno ha sostenuto la sua posizione con slogan a favore di bottega che nulla c’entrano con la realtà. E che impediscono una leale collaborazione fra politica e giustizia. Ma di cosa state parlando? Una persona di buon senso con in mano la nostra Costituzione avrebbe potuto rivolgere un po’ irritata questa domanda a politici, esponenti del governo e magistrati che in questi giorni ci hanno parlato della separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri. Una pluralità di voci in cui è prevalso l’opportunismo delle rispettive botteghe, politiche e corporative. Così da celare i reali propositi degli attori del palcoscenico riformista.
Ha cominciato la premier presentando con un rullar di tamburi il progetto di un doppio Consiglio superiore della magistratura inteso a creare una barriera tra le toghe che fanno le sentenze e quelle che indagano ed esercitano l’azione penale. Ma sul punto il centrodestra non ha sfornato nemmeno una riga di testo normativo e si è persino dimenticato di dire che da più di un anno pendono in Parlamento ben quattro disegni di legge proprio sul doppio Csm. È dunque evidente che ciò di cui voleva realmente parlare Giorgia Meloni era di una “nuova” luccicante icona in tema di giustizia da inserire nei manifesti elettorali accanto a sua maestà il premierato.
Non meno trasparente il duplice registro dell’intervento svolto dal leader dell’Associazione nazionale magistrati, Giuseppe Santalucia, al recente Convegno di Palermo. Il suo no alle carriere separate è stato perentorio. Il suo “non s’ha da fare” poggia sull’assunto che dietro le quinte delle istituzioni ci sarebbe qualcuno pronto a soggiogare le Procure al potere dell’esecutivo. Una tesi priva di fondamento almeno alla luce dei progetti finora messi in cantiere che, al contrario, blindano la magistratura requirente sotto l’ala del “suo” organo di autogoverno. La verità è invece che le toghe non tollerano riforme di alcun tipo in casa propria, perché vogliono essere un potere, a dispetto di quanto prevede in senso contrario la Costituzione.
Allo stesso Convegno di Palermo, Elly Schlein ha sottoscritto ad occhi chiusi il no dei magistrati, dimenticando che è stata proprio la cultura garantista della sinistra a reclamare un pubblico ministero collocato su un gradino più basso di quello del giudice, come del resto stabilisce l’art. 107 c. 5 della Costituzione. La separazione delle carriere è sempre stata concepita come una riforma volta a garantire alla difesa la piena parità con la posizione dell’accusatore. È dunque chiaro che la scelta della segretaria del Pd altro non è che la conseguenza della contrapposizione alle istanze del centrodestra.
Non va infine dimenticata la posizione del ministro della giustizia Carlo Nordio che a Palermo ha definito un dogma l’indipendenza delle Procure senza dire però in che modo dovrebbe essere realizzata. Tutto questo giocare a nascondino fa capire quanto poco interessa trovare gli appropriati equilibri per la giustizia penale a fronte dei ben più attrattivi appeal politici o corporativi. Quando vedremo finalmente rinascere nella comunità politico-giuridica del sistema penale lo spirito di leale collaborazione che ha consentito del 1988 di varare il codice di procedura penale, il primo ed unico codice dell’Italia repubblicana?











