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di Paolo Frosina

Il Fatto Quotidiano, 13 settembre 2025

“Confido di non aver bisogno del giubbotto antiproiettile”. Il viceministro Francesco Paolo Sisto, peso massimo di Forza Italia alla Giustizia, si presta con ironia al corpo a corpo con Piercamillo Davigo sulla separazione delle carriere - la riforma totem del suo partito - di fronte al pubblico non certo amico della festa del Fatto. Il confronto, moderato da Antonio Massari e Giuseppe Pipitone, è duro ma mantiene il fair-play: Davigo precisa di stimare Sisto, a differenza di “altri” (e qui ognuno può farsi un’i de a del riferimento), lui ricambia e dice di “arricchirsi” ascoltando l’ex pm di Mani Pulite.

Il viceministro parte con la narrazione standard del governo: separare i pm dai giudici serve a “rassicurare il cittadino” sulla terzietà di chi decide, il sorteggio del Consiglio superiore della magistratura è un “cortisone con effetti collaterali, unico rimedio per spezzare il rapporto con le correnti”. E i numeri irrisori dei passaggi da una funzione all’altra -poche decine di magistrati all’anno - “non hanno rilevanza perché è una questione strutturale: chi accusa e chi difende dev’essere diverso da chi giudica”.

Davigo invece la prende alla larga: nel suo stile ricco di aneddoti spiega lo sbaglio di aver scopiazzato in Italia il processo accusatorio statunitense, in cui il giudice è all’oscuro degli atti d’indagine, usato ora come giustificazione ideologica della riforma. “Negli Usa vanno a giudizio solo il 3% dei casi, nel 70% l’imputato si dichiara colpevole e patteggia. Da noi chi volete che patteggi, con 30 amnistie o indulti in cinquant’anni?”.

Avverte che il pm separato dal giudice verrà presto gerarchizzato con legge ordinaria, “perché è più facile trattare con un solo capo che con duemila magistrati”. E succederà, dice, perché la politica è allergica alle inchieste nei suoi confronti: “Non ho mai incontrato uno spacciatore che venga arrestato e dica ‘non me lo aspettavo’, come Calisto Tanzi. Se faccio il ladro, prendo e vado in prigione. La classe dirigente di questo Paese non ha ancora accettato questa regola”.

Sisto respinge l’argomento: “Non si può giudicare una riforma sul ‘potrebbe’, si giudica da quello che è scritto. La Costituzione dice che il pm resta autonomo e indipendente, l’obbligatorietà dell’azione penale non viene toccata”. Alla domanda se può garantire che sarà lo stesso in futuro, però, butta la palla in tribuna: “Potrei anche garantire di diventare presidente del mondo”.

Il viceministro cita ancora una volta Giovanni Falcone come presunto sostenitore della separazione delle carriere - qui i fischi del pubblico si sprecano - e nega che la riforma facesse parte del piano della P2 di Licio Gelli: “Non c’entra niente, è uno slogan”. Davigo replica ricordando il parere del Consiglio d’Europa, che aveva indicato l’esperienza comune di giudici e pm in Italia come un modello da seguire: “Quando conviene è ce lo chiede l’Europa, altrimenti se ne infischiano”.