di Tiziana Maiolo
Il Dubbio, 3 giugno 2026
Dopo il referendum, il vertice al ministero riapre il dossier: responsabilità civile, custodia cautelare e smartphone. Chissà se i tredici milioni di cittadini italiani che hanno votato Sì al referendum sull’ordinamento giudiziario saranno seduti oggi nell’ufficio del ministro Carlo Nordio a discutere di giustizia e di riforme. Se lo meritano e saranno comunque in qualche modo presenti in via Arenula, insieme al guardasigilli, il viceministro e i sottosegretari, cui si uniranno i presidenti delle commissioni Giustizia di Camera e Senato, ma soprattutto i capigruppo dei partiti di maggioranza dei due rami del Parlamento.
Sarà la prima volta, a due mesi dalla consultazione referendaria, in cui si metteranno sul tavolo, asciugate le lacrime per una sconfitta ingiusta e un risultato “imbroglionesco”, le intenzioni concrete della maggioranza di governo sulla realizzazione di un vero Stato di diritto. Non sarà facile fare i conti con i princìpi e nello stesso tempo con la scadenza elettorale delle Politiche del 2027. Ogni leader di partito, a partire dalla stessa Giorgia Meloni, ma anche personaggi non secondari come Stefania Craxi e Enrico Costa, due garantisti doc che oggi guidano i parlamentari di Forza Italia, dovrà scegliere i propri interlocutori. Che non sono solo quei tredici milioni, di cui una parte è fuori da quella della maggioranza di governo, ma anche e soprattutto quelli che hanno riempito il grande buco dell’astensionismo pur essendo fidelizzati magari nello stesso partito della presidente del Consiglio. È a loro soprattutto, e ce ne sono tanti, in particolare nelle regioni del Sud, che sono pronti a votare e rivotare il partito di Silvio Berlusconi, che si dovranno rivolgere Craxi e Costa.
Per spiegare che chiedere la responsabilità civile per i magistrati, come chiese quarant’anni fa con un referendum più dell’80% dei cittadini, non è una vendetta. Anche perché parlano i numeri: il 98% dei magistrati viene sempre promosso nelle valutazioni di carriera, compresi quelli che sbagliano. E nel migliaio di cause intentate dai cittadini che hanno subito gli errori giudiziari, solo l’1,4% dei responsabili viene punito. Ma esiste un dato di cui dobbiamo essere tutti consapevoli. Chi ha imbrogliato gli elettori nella campagna referendaria sostenendo che il governo voleva mettere i giudici sotto il proprio tallone, sarà capace di tutto, non appena il Parlamento cercherà di rialzare la testa con un programma di riforme. È vero, quella che stabilisca il fatto che le toghe, proprio come tutti gli altri, dovrebbero pagare di persona per i propri errori, è di gran lunga la riforma più importante. Ma il ministro Nordio, che fu a sua volta promotore di un referendum, non ritiene che sia la più urgente.
Non perché non ci creda, ma perché conosce bene i suoi ex colleghi e teme, come del resto Giorgia Meloni, di dover affrontare una campagna elettorale, da oggi fino alla scadenza del 2027, in cui gli antagonisti politici del centrodestra non sarebbero i partiti del “Campo largo”, ma il sindacato dei magistrati. Cioè quello che è oggi (ma forse lo è da Mani Pulite in avanti) il soggetto politico più forte.E bisogna stare molto attenti, ma questo lo sanno bene, anche per le due storie di famiglia che stanno alle loro spalle, sia Craxi che Costa, a non ridursi a svolgere ruolo di pura testimonianza. Lo poteva fare Marco Pannella, che con la sua piccola truppa corsara di deputati e senatori, riusciva a smuovere le montagne. Ma non se lo possono permettere forze al governo in un momento in cui si prospettano prossimi risultati elettorali addirittura di pareggio. Arrendersi dunque a una sorta di “togacrazia” e rinunciare a tutto, compresa la propria storia politica e personale? Certo che no, e c’è voluta la sveglia di Marina Berlusconi, un’altra con solida storia personale e politica alle spalle, perché ci si destasse dal torpore da pugile suonato del dopo-referendum.
Le possibilità di riprendere le fila di un sano riformismo di cui il centrodestra non dovrebbe mai dimenticarsi, ci sono, non sono poche, sono anche di qualità. Sarebbe per esempio una quasi bestemmia lasciar cadere quella riforma, già approvata e fortemente voluta dallo stesso guardasigilli, che impone la decisione collegiale sulla custodia cautelare. Alla magistratura associata questo cambiamento non piace per niente, perché profuma troppo di anticamera di carriere separate. Difficile che tre giudici si “appiattiscano” sul volere del pm e sulle sue richieste. Ma non la criticano nel merito. Così la discussione verte quasi del tutto su problemi di organico. Che esistono, nonostante le nuove assunzioni e i nuovi concorsi banditi negli ultimi anni. Ma che sarebbero almeno in parte superabili se venisse accolta la proposta del viceministro Francesco Paolo Sisto di far decidere sulle richieste di custodia cautelare i giudici del Tribunale capoluogo del distretto, in tal modo azzerando i problemi di incompatibilità. Certo, come sempre in politica, ma anche nel mondo del lavoro e della giustizia, c’è una questione di rapporti di forza. Ma chinare la testa a ogni stormir di fronda della magistratura associata e rinunciare a mostrarsi, da parte della maggioranza del Parlamento soprattutto, come forza riformatrice, può diventare rischioso anche sul piano elettorale.
I partiti immobili con le mani in mano, finiscono per non piacere agli elettori. È giusto quindi mostrarsi pronti al cambiamento, anche sulla giustizia. C’è un’altra norma di civiltà, che andrebbe approvata: quella che dovrebbe regolare i sequestri degli smartphone, ma che è vista con perplessità dalla presidente della Bicamerale Antimafia, Chiara Colosimo. Siamo alle solite: non è con la moltiplicazione dei “doppi binari”, o i condizionamenti del contrasto alla mafia delegato ai pm, che si costruisce lo Stato di diritto. Ma al contrario con l’applicazione di regole precise che non consentano smagliature sul piano delle garanzie.
Applicando le quali si sarebbero probabilmente evitate molte morti del passato. La riunione di oggi sulla giustizia cade anche nel bel mezzo di un’altra campagna elettorale, quella per il rinnovo del Csm. Sarà bene che si accendano luci e lampadari su quel che sta succedendo, con risse e botte da orbi tra le correnti sindacali delle toghe per le nomine e gli incarichi. Roba da fare impallidire i tempi di Luca Palamara e l’hotel Champagne. I cittadini, non solo i 13 milioni che hanno votato Si al referendum, ma anche quelli del No e soprattutto i tanti di centrodestra che non sono andati al seggio, devono vedere con i propri occhi. E capire che una norma che stabilisca che tutti, ma proprio tutti, debbano essere chiamati a pagare quando sbagliano, è giusta e sacrosanta, oltre che in ritardo di quarant’anni. Per non essere un Paese a regime teocratico, che in Italia si chiamerebbe “togacratico”.










