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di S.C.

L’Osservatore Romano, 7 settembre 2025

L’estate se ne va ed io, detenuto, resto esattamente come ero prima: senza aver ottenuto nulla. Anzi, ancora una volta ho assistito alle visite di rappresentanti delle istituzioni, ho ascoltato tante dichiarazioni, sempre le stesse, un anno dopo l’altro, senza che nulla sia accaduto - al di là della professionalità degli operatori - per rendere la detenzione più umana.

In ogni dove d’Italia, le strutture carcerarie faticano a reggere il sovraffollamento. Il carcere è l’unico luogo dove non si rifiuta mai nessuno. Quando una persona arriva in carcere si trova davanti a una realtà in cui anche le cose più semplici diventano complicate. Anche solo avvisare la famiglia che ci si trova in quel carcere piuttosto che in un altro è un’operazione difficile, come pure poter avere un colloquio con un familiare quando non si hanno i documenti che attestano la parentela.

In cella, le finestre sono spesso coperte da reti “per ragioni di sicurezza” - si dice. Il frigo non c’è e perciò l’acqua scorre di continuo dal rubinetto per rinfrescare le bottiglie. I servizi igienici sono a vista, manca pure l’acqua calda e perciò stoviglie e posate si lavano con l’acqua fredda. I letti sono a castello spesso senza le protezioni per impedire le cadute. Puoi cucinare con un fornello da campeggio, ma le bombolette di gas sono contingentate. Puoi acquistare generi di ogni tipo, ma i prezzi sono superiori rispetto all’esterno. L’acqua calda delle docce arriva a singhiozzo e la manutenzione è scarsa: muffa sui muri e scarsa igiene. Se si è fortunati, la tv è collegata con l’antenna, altrimenti si usa un filo elettrico che si fa uscire dalla finestra.

La solidarietà tra i detenuti ti aiuta a superare le spine del primo impatto. E la presenza del cappellano fa veramente la differenza. In carcere, il prete è un punto di riferimento del detenuto nella sua ricerca di pace interiore, ma anche per ottenere indicazioni pratiche per affrontare le necessità quotidiane e quella inderogabile di mantenere un contatto con la famiglia.

Questa è la realtà nella maggior parte delle carceri italiane dove sono ristrette più di 62.700 persone contro le 51.276 che potrebbero essere ospitate. Ci dice molto dell’emergenza quotidiana alla quale si risponde con tante parole, ma zero interventi. Eppure, in attesa di provvedimenti più strutturali, non si potrebbe pensare a rendere gli ambienti più puliti, anche semplicemente tinteggiando le pareti? Non si potrebbe pensare di aprire le celle, che ora sono chiuse 20 ore al giorno? Non si potrebbe aumentare il numero delle telefonate che un detenuto può fare e che ora sono due alla settimana? E perché non porsi qualche domanda sul lungo tempo di “riposo estivo” di tribunali e giudici di sorveglianza, che si limitano a svolgere solo “questioni urgenti”?

La speranza è la forza che sostiene ogni detenuto, nonostante i “trattamenti inumani e degradanti” - sono parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella - ai quali è sottoposto. Sant’Agostino scriveva: “La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose; il coraggio per cambiarle”. Questo è anche il pensiero di ogni detenuto: che allo sdegno per le sue condizioni di vita segua il coraggio di modificarle. E perché non farlo proprio nell’anno del Giubileo della speranza?