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di Tito Boeri e Roberto Perotti


La Repubblica, 7 luglio 2021

 

Bisogna affrontare il problema di fondo del nostro sistema: il sovraffollamento. Per rendere le condizioni dei detenuti più umane servono più posti in prigione. Le immagini agghiaccianti che continuano ad arrivare da Santa Maria Capua Vetere hanno suscitato una sacrosanta indignazione. Colpisce il senso di impunità con cui sono stati compiuti atti efferati davanti alle telecamere. Mentre la giustizia farà il suo corso dobbiamo pensare concretamente a come rendere più umane le nostre carceri. Bisogna finalmente affrontare i problemi di fondo del nostro sistema carcerario. La bomba a orologeria costituita dal sovraffollamento cronico delle nostre carceri non poteva che deflagrare in tempi di distanziamento sociale. Eppure in questi giorni di sovraffollamento si parla molto poco.

L'Italia soffre di una tripla anomalia. Manda a processo una frazione doppia dei suoi residenti rispetto alla media Ue, ma condanna la metà delle persone in rapporto ai residenti. Di conseguenza, ha uno dei più bassi rapporti fra detenuti e popolazione: 89 per 100.000 abitanti contro una media di 105 nella Ue. Nonostante questo, ha uno tra i più alti tassi di affollamento delle carceri: il 106 per cento dei posti disponibili, ben sopra il 93 per cento della media Ue. E se non fosse per gli effetti dei numerosi provvedimenti svuota carceri, il tasso di affollamento sarebbe molto maggiore: nel 2010 era tra il 130 e il 150 per cento, a seconda delle fonti, di gran lunga il più alto in tutta Europa.

È quindi evidente che c'è un sottodimensionamento cronico del sistema carcerario. E non è una questione di mancanza di personale: in Italia lavorano nelle carceri 65 persone ogni 100 detenuti, contro una media Ue di 40. Ci sono due soluzioni a questo problema (oltre al lamentarsi e non fare niente): costruire più carceri, o svuotare le carceri. La prima soluzione va diretta al cuore del problema, e dovrebbe soddisfare coloro (quasi tutti in Italia ai tempi del Pnrr) che vedono nelle opere pubbliche lo strumento più efficace per creare lavoro. Eppure il Pnrr (o meglio, il decreto n. 59 sul fondo complementare, perché nella versione definitiva del Pnrr è scomparso ogni accenno alle carceri) si parla genericamente di una spesa di 133 milioni da qui al 2026. Secondo il sottosegretario alla Giustizia, Francesco Paolo Sisto, serviranno ad aumentare la capacità delle nostre carceri al massimo di 960 posti, circa l'1,5 per cento della capacità attuale.

Ma parlare di costruire nuove carceri in Italia è un tabu, perché nessuno vuole passare per forcaiolo; e ai politici piace tagliare i nastri di uno stadio o di un Expo, non quelli di un nuovo carcere. Ad andarci di mezzo, intanto, sono i detenuti. La seconda soluzione è popolare lungo tutto l'arco parlamentare: c'è sempre chi propone indulti, amnistie, e depenalizzazioni. È la soluzione più facile, ma è nascondersi dietro un dito. L'indulto del 2006 ridusse la popolazione carceraria per meno di due anni, e al prezzo di un inevitabile aumento dei reati. La leggenda, propagata anche dal ministro della Giustizia di allora Mastella, che il tasso di recidiva fosse addirittura sceso dopo l'amnistia è una imperdonabile sciocchezza, se non disinformazione pura e semplice. Vero, dopo sei mesi solo il 22% degli indultati era tornato in carcere, la metà del tasso di recidività medio. Ma si stava comparando il tasso di recidività a sei mesi contro quello sull'intera vita! Infatti a due anni dall'indulto la popolazione carceraria tornò a livelli pre-indulto, e migliaia di reati furono commessi da detenuti indultati.

Anche una ulteriore depenalizzazione è una foglia di fico. In alcuni casi è giustificata dall'evoluzione dei tempi, ma in passato è stata spesso attuata per due motivi diversi: eliminare il già limitato rischio di carcere per politici e colletti bianchi, e appunto svuotare le carceri. La gente non capisce, e ne ha tutte le ragioni. Si parla molto anche di un maggiore ricorso a pene alternative alla detenzione, un tema delicato che non ci compete. Facciamo tuttavia notare che l'impatto sul sovraffollamento sarebbe limitato, perché i detenuti passano comunque parte del tempo in carcere e le attività di recupero all'interno del carcere sono difficili da svolgere in condizioni di sovraffollamento. Nel carcere modello di Bollate si passa solo la notte all'interno della cella (anziché l'80% del tempo come altrove) perché Bollate non ha assorbito, al contrario di quanto previsto, i detenuti del carcere di Opera.

C'è un'altra possibilità. L'Italia ha uno dei più alti rapporti tra il tasso di incarcerazione dei detenuti in attesa di giudizio (30% contro una media Ue del 23%). Ridurre i tempi della giustizia potrebbe quindi anche ridurre il sovraffollamento delle carceri. Vedremo che impatto avrà la riforma nel Pnrr sulla durata dei processi. Bene comunque non illudersi: anche se dovessimo finalmente riportare il tasso di carcerazione preventiva ai livelli della media Ue il tasso di occupazione delle carceri scenderebbe solo di pochi punti percentuali. La conclusione è inevitabile: per rendere le condizioni dei detenuti più umane, l'Italia ha bisogno di più posti in carcere.