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Ristretti Orizzonti, 28 gennaio 2015

 

"Rivolta al carcere Due Palazzi": a leggere i titoli di questi giorni sui fatti avvenuti di recente nella Casa di reclusione di Padova, si immagina un carcere violento e fuori controllo. Tutto vero o tutto falso? Forse semplicemente tutto mal raccontato, tanto che si stenta a capire cosa sia successo realmente, e perché dei detenuti dovrebbero aver aggredito degli agenti così, per il gusto di farlo, o perché sono degli animali.

Noi abbiamo semplicemente cercato di capire cosa c'è dietro, quale malessere, quale disagio, e cerchiamo di raccontarlo. La Casa di reclusione di Padova ha 400 detenuti di troppo: se ci fossero quelli previsti dalla legge, sarebbero tutti impegnati in qualche attività, lavoro, scuola, redazione del giornale, e invece ci sono sezioni, come quella dove è scoppiata la rissa, in cui le persone passano la loro carcerazione "ammazzando il tempo". È lì che si annidano la rabbia, la fatica di vivere, il senso di impotenza. Se a questo si aggiunge il fatto che, in previsione della chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, si sta riversano nelle carceri anche tanto disagio psichiatrico, si capisce quanto sia delicata da gestire la situazione. E quanto sia difficile vivere in queste condizioni, e anche lavorarci.

 

In galera trovare la verità è una gran fatica

 

Là fuori dal muro di cinta una bugia detta tre volte diventa una verità, in galera invece basta una volta e mezzo. Leggo: Rivolta al carcere di Padova: detenuti inneggiano all'Isis. Sale la tensione al carcere Due palazzi di Padova. Quattro poliziotti sono stati feriti per una rivolta dei detenuti nel carcere di Padova avvenuta ieri pomeriggio. All'origine c'è una lite tra detenuti di cui non sono chiare le cause. Rivolta nel carcere padovano Due Palazzi: ore di tensione e due agenti feriti. Il sindacato Sappe: "Molti detenuti inneggiavano all'Isis".

Sono state ore di paura quelle di ieri sera nel carcere padovano. Tra le 18 e le 20 una sessantina di detenuti del quarto piano dell'edificio è insorta contro le guardie penitenziarie. Carcere di Padova, rivolta dei detenuti arabi al grido di Allah e Isis: feriti due guardie e un carcerato. A me risulta, dalle testimonianze raccolte, che un detenuto si sentiva male e i suoi compagni di sezione hanno protestato con urla e una battitura alle sbarre per attirare l'attenzione. Ed in seguito è nata una colluttazione fra un detenuto e degli agenti.

E che fra i principali protagonisti non c'era nessun detenuto di fede mussulmana. Anch'io però sono di parte e vi chiedo di non credermi sulla parola perché in carcere è difficile, se non impossibile, scoprire la verità, forse perché anche questa deve rimanere prigioniera. Purtroppo, quando accadono questi brutti fatti a nessuno interessa la verità perché probabilmente tutti i protagonisti dell'universo carcerario ne approfittano per avere dei vantaggi politici, mediatici e finanziari: gli agenti, miglioramenti sindacali, le associazioni di volontariato, attenzione pubblica, le cooperative che lavorano in carcere, maggiori sgravi fiscali, e ai giornali, dopo i brutti fatti di terrorismo di Parigi non gli sembra vero di mettere un titolo come questo (non ha importanza se la notizia sia o non sia vera) "Carcere di Padova, rivolta dei detenuti arabi al grido di Allah e Isis" . In carcere tutto fa brodo e dei detenuti non si butta via nulla, e la loro disperazione, sofferenza, rabbia e lacrime spesso serve ai "buoni" per avere un motivo per continuare a tenere i cattivi rinchiusi nelle nostre patrie galere. Credo che la cultura della punizione fine a se stessa non serve né ai cattivi né ai buoni.

Non si capisce o non si vuole capire che bisognerebbe mettere sullo stesso piano sicurezza e legalità sociale, come d'altronde la legge vuole. Credo che i detenuti lasciati più liberi di creare, studiare e lavorare, potrebbero essere seguiti e giudicati meglio che non se ci si limita a osservare i loro comportamenti di passività e sottomissione alle regole del carcere. Non so se è una notizia eclatante come "Rivolta al carcere di Padova: detenuti inneggiano all'Isis", ma vi informo che intanto salgono a quattro i detenuti che si sono tolti la vita dall'inizio del 2015 nelle nostre illuminate e democratiche prigioni italiane.

 

Carmelo Musumeci

 

Se chiudono le attività, io, che ho trent'anni di galera da fare, dò di matto

 

In questo carcere in passato sono morte persone per problemi di salute sottovalutati, ed è quindi naturale che la popolazione detenuta tutta accusi il colpo quando vede uno che sta male: un pizzico di solidarietà tra di noi è rimasta, non sarà quella di una volta forse, ma è rimasta e così scatta il nervosismo, l'agente dice di aspettare e tu non aspetti, perché hai paura che succeda qualcosa, che qualcuno muoia come già è successo. Ed è quello che è accaduto a Padova. Poi secondo me, per ragioni che non riesco a capire, vogliono calcare la mano sui fatti di giovedì scorso: perché se parlano di rivolta riferendosi a quello che è successo vuol dire che una rivolta non l'hanno mai vista, la rivolta vera è quando arrivano le squadrette con scudi e caschi, quelle sono le rivolte nelle carceri, e arriva subito anche la polizia da fuori. A Padova c'è stato un momento di agitazione perché una persona stava male, era una richiesta di aiuto. Poi capita che arriva uno, che può essere un detenuto, ma può essere anche un agente, che dice la parola sbagliata e la situazione subito degenera, è purtroppo normale nelle galere.

Ieri alla televisione ho sentito la dichiarazione di un esponente del personale che suggeriva di chiudere le attività: ma non capiscono che non è così che si risolvono i problemi? Dopo aver sentito questa affermazione, pensavo che se chiudono le attività, se mi tolgono questa possibilità, io, che ho trent'anni da fare, dò di matto e come me ce ne sono tanti qui dentro che hanno pene lunghe e che, se gli tolgono quelle poche opportunità che hanno di farsi una carcerazione dignitosa, iniziano a pensare "non ho più niente da perdere, perché farmi la galera qui o farmela in Sardegna a questo punto è la stessa cosa". Sentire dichiarazioni come questa è un'altra delle cose che accende gli animi delle persone detenute, a me è successo ieri ascoltando la tv, e sono una persona che bene o male riesce a tenersi sotto controllo, figurarsi altre persone magari, che sono più agitate, o più arrabbiate perché non riescono proprio ad occupare il tempo in modo sensato. È importante allora cercare di mediare con il direttore, il comandante, gli agenti e trovare insieme una soluzione, altrimenti si rischia di distruggere tutto quello di buono che è stato costruito qui dentro.

 

Lorenzo Sciacca

 

Quelle notizie così "urlate" dalla Casa di Reclusione Due Palazzi

 

In questi ultimi giorni noi detenuti, nella Casa di Reclusione Due Palazzi, abbiamo vissuto una realtà "interna", nel carcere, ed un'altra realtà, quella "esterna" raccontata dalla cronaca dei TG e dei quotidiani locali. Ben presto, tuttavia, i tg locali hanno fornito un riassunto molto ridimensionato rispetto al romanzo narrato in precedenza, forse perché hanno ascoltato più voci e questo aiuta a comprendere meglio la realtà e a dare un'informazione più corretta. Pochi giorni fa si è tenuto in carcere un seminario di formazione per i giornalisti, organizzato dalla redazione di Ristretti Orizzonti, e le informazioni meno allarmistiche date in un secondo tempo sulla "rivolta" mi inducono a credere che il seminario stia dando i suoi frutti.

Credo che i fatti di cui si è data notizia in questi giorni devono essere raccontati con una diversa profondità, ma in questa realtà penitenziaria giocano sempre gli interessi di bottega delle diverse parti.

Gli episodi di violenza che ci sono stati in realtà riguardano pochi individui e sono rimasti circoscritti a questi. Ma a molti fa comodo descrivere quei luoghi di sofferenza che sono le carceri italiane come il terreno di scontri fra culture diverse, vissuti in un clima di violenza costante e crescente. Si tratta, invece, del luogo del degrado, della limitazione degli spazi, dove persone private della libertà scontano la pena nella disperazione degli affetti negati, dei pochi contatti con le famiglie. Uomini abbandonati alla loro sofferenza, chiusi nei reparti detentivi per 20 ore al giorno, vittime di un sistema che non rispetta la dignità umana e quei risicati diritti che nessuno gli dovrebbe negare.

Questo carcere di Padova funziona in maniera ottimale per circa 350 detenuti, però siamo poco meno di 800 reclusi. Se alle persone detenute si concedesse di svolgere attività di studio o di lavorare, questi episodi di rabbia si ridurrebbero quasi fino a scomparire. Purtroppo, non ci sono spazi per offrire a tutti le condizioni stabilite dall'Ordinamento Penitenziario, non ci sono psicologi di sostegno a sufficienza, i tossicodipendenti sono tanti e spesso imbottiti di psicofarmaci, la maggior parte degli altri disperati che non erano tossicodipendenti sono diventati a loro volta dipendenti degli psicofarmaci distribuiti in grande abbondanza. Esiste anche una presenza sempre più consistente di persone problematiche che provengono dagli Ospedali Psichiatrici Giudiziari, che a breve dovrebbero essere chiusi. Queste persone, invece di essere inserite nelle comunità o nelle case-famiglia, vengono gettate nei reparti detentivi comuni. Ecco che esplodono così tutte le contraddizioni e le tensioni di una detenzione già di per sé spesso poco umana.

Questo è il risultato delle riforme incomplete, di quelle disposizioni ancora troppo deboli che per fare un po' di scandalo molti nemici della verità chiamano "svuota carceri". Qualcuno ha detto, e mi piace questa osservazione, che un Paese potrà dirsi civile quando le sue scuole cesseranno di essere simili alle carceri e quando le carceri diventeranno più simili alle scuole. Siamo ancora lontani da questa situazione.

 

Bruno Turci

 

Da carcere modello a carcere-incubo?

 

Cosa è successo che il Due Palazzi, in poco tempo, è passato da carcere modello, dal bellissimo carcere, a detta del Ministro Cancellieri, ad essere un carcere ora chiacchierato per i recenti fatti di violenza nelle sezioni, e prima ancora per le indagini per un traffico di droga e cellulari che hanno coinvolto alcuni agenti e detenuti?

C'è chi invita a chiudere nuovamente le celle durante il giorno, ma questo è il contrario di quanto richiesto dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, e cioè una carcerazione più dignitosa e civile, per evitare la disumanità di una detenzione in cella di 20 ore su 24. Con l'apertura delle celle per alcune ore al giorno è necessario però impegnare i detenuti in qualcosa di produttivo, farli sentire utili a se stessi, ai propri famigliari, ma anche lavorare per attenuare le tensioni che hanno origine in una detenzione passiva.

La mia esperienza di carcere ha avuto inizio circa otto anni fa e solo in quell'occasione ho avuto modo di conoscere la Polizia Penitenziaria. Il primo periodo l'ho vissuto per un mese in un ospedale dove la presenza degli agenti era stata disposta 24 ore su 24 e posso affermare che mi hanno saputo ascoltare, mi hanno sostenuto psicologicamente e da loro ho imparato i primi passi della condizione di detenuto e ho capito che ogni richiesta doveva essere sottoposta ad autorizzazione attraverso una domandina. Ho visto anche che avevano delle regole che non erano le regole della società esterna nella quale ho vissuto per 54 anni da libero cittadino: il carcere infatti è un mondo diverso, ma per non isolarmi e distruggermi dovevo anche cercare di capire le ragioni di chi aveva il compito di sorvegliarmi e custodirmi e di mantenere con loro un confronto.

Certamente il carcere di Rovigo è una realtà non comparabile al carcere di Padova, ma entrambi erano e sono ancora in una situazione di sovraffollamento, che è un po' la causa di tutti i mali, e quindi certe tensioni possono arrivare al culmine e non essere più gestibili né da parte dei detenuti né da parte di chi si occupa della sicurezza.

Nei giorni scorsi ho pensato spesso a queste due parti, a come poter evitare stress inutili. C'è un modo di avvicinare il "ladro" e la "guardia"? Noi della redazione di Ristretti Orizzonti abbiamo incontrato tante realtà sociali: volontari, professionisti che gravitano attorno al carcere, politici, giornalisti, migliaia di studenti ed insegnanti, criminologi, mediatori penali. Abbiamo dialogato con il direttore per cercare soluzioni ai problemi e ai disagi, come l'introduzione del sistema a scheda per telefonare, che ha anche alleggerito il lavoro degli agenti che dovevano controllare settimanalmente centinaia di domandine per poter autorizzare le telefonate. Abbiamo dialogato con i Magistrati di Sorveglianza, con Dirigenti del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, con l'azienda Ulss 16 per rendere più vicina al detenuto l'assistenza sanitaria. Ma allora perché non possiamo trovare un mediatore che cerchi di conciliare le necessità e le tensioni delle parti, aiutandoci a dare delle risposte ai diversi bisogni?

Ho sentito al TG3 qualcuno dire che sarebbe il caso di chiudere tutti nelle celle e ripartire da zero. Io credo che così vedremmo solo l'aumento dei suicidi, non mi sembra che sia quello che chiede l'Europa, e non è certo una risposta agli inviti del Presidente Napolitano, e agli appelli del Papa.

Sicuramente gli agenti penitenziari sono sottoposti a lavori stressanti, a turni non più sopportabili, forse anche scarsamente remunerati, molti provengono da città lontane e sono costretti ad una lontananza dalla famiglia, che è una condizione che ogni detenuto capisce benissimo. Noi da parte nostra non siamo solo e sempre il reato commesso, ma persone che hanno sbagliato e che hanno la necessità di non sentirsi annullate ed abbandonate, e certamente non ci è utile vedere la controparte come nemico.

Ma allora cosa possiamo fare, cosa ci possono suggerire gli agenti per alleviare le condizioni di illegalità legate ad un sovraffollamento che, anche se ridotto, rimane su valori non accettabili, ancora non adeguati a quello che la Corte Europea ci chiede? Nel 2014 i casi di suicidio sono stati numerosi tra i detenuti ma anche tra gli agenti. Proviamo a trovare una via che rispetti il lavoro degli agenti ma anche la vita del detenuto, che è una persona che ha commesso il reato ma che deve essere vista come persona, consentendogli un percorso che sia quello previsto dalla Costituzione.

 

Ulderico Galassini