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di Gianfranco Pellegrino*

Il Domani, 30 maggio 2025

I pronunciamenti della Corte costituzionale sull’adozione e la riproduzione assistita degli ultimi mesi sono un grande passo avanti e una significativa supplenza all’inerzia politica di questo governo, ma la Consulta registra, non può legiferare. La destra non farà mai la riforma. L’attuale papato chiude a ogni visione diversa della famiglia. Il compito rimane alla sinistra. I pronunciamenti della Corte costituzionale sull’adozione e la riproduzione assistita degli ultimi mesi sono un grande passo avanti e una significativa supplenza all’inerzia politica di questo governo, come sostiene Mariano Croce su questo giornale. Lo stesso vale per i ripetuti pronunciamenti della Corte sul fine vita. Ma non bastano. Le due sentenze più recenti in materia di genitorialità, per esempio, stabiliscono che la madre non biologica di una coppia di donne che ha avuto un figlio tramite procreazione assistita all’estero dev’essere automaticamente riconosciuta come genitrice (sentenza 68/2025) e che i singoli possano accedere all’adozione internazionale (sentenza 33/2025).

Poi, però, nella sentenza 69/2005 la Corte nega il diritto a una donna singola di accedere alle tecniche di riproduzione assistita, in nome ancora dell’interesse del nato ad avere un padre, o una doppia figura genitoriale. Le basi di queste sentenze sono i diritti di chi nasce (diritto all’identità, diritto allo status giuridico certo e stabile, diritto ad avere cure genitoriali) e i diritti di chi vuole essere genitore. I secondi sono sempre subordinati ai primi, per la Corte, e non sono diritti che costituiscono pretese automatiche, nonostante gli attacchi da destra mettano in bocca ai giudici costituzionali questa concezione del diritto a essere genitori.

Nonostante le incoerenze, la Corte presuppone e stabilisce due principi. Innanzitutto, il principio di eguaglianza dei nati: tutti i nati sono uguali, indipendentemente dalla loro origine. Si tratta di una mossa tipica. Ogni dichiarazione di eguaglianza, infatti, serve a escludere differenze che si presumevano moralmente rilevanti e invece non lo erano. Tutti gli esseri umani sono uguali, indipendentemente dal colore della loro pelle, dal loro sesso o genere, dal loro censo, dalle loro convinzioni politiche o appartenenze sociali.

Con queste sentenze, l’eguaglianza fra cittadini (si ricordi che i nati sono cittadini) fa un passo avanti: si dichiara moralmente irrilevante l’origine e la meccanica della procreazione. È uno sviluppo naturale: come si è dichiarata irrilevante la legittimità presunta della nascita all’interno di un matrimonio, abolendo la odiosa distinzione fra figli e figlie illegittimi e legittimi, così si fa con tutti gli altri modi di nascere. Il pensiero naturale e ovvio è: i nati umani hanno diritti - alla cura, all’identità, alla famiglia - in quanto umani e in quanto nati. Il resto non conta. Ma, da questo principio di eguaglianza, che deriva direttamente dall’art. 3 della Costituzione, ne discende un altro, che potremmo chiamare principio della famiglia intenzionale. Come tutti i nati sono eguali, tutti coloro che sono in grado di prendersene cura e hanno l’intenzione di farlo sono uguali, indipendentemente dal loro sesso e genere, indipendentemente dalle loro relazioni - sposati o meno, in coppia o meno - indipendentemente dalla loro biologia - che siano quelli che hanno condotto la gestazione, o fornito materiale genetico, o meno.

Si noti che questo principio non esclude, ma include: non dice che la madre gestazionale debba perdere diritti, ma dice che ci possono essere altre figure che hanno diritti. Questo principio, dunque, non è automaticamente a favore di tutte le forme di gestazione per altri. Ma non si può usare per affermare alcuna priorità dei diritti di genitori biologici o gestazionali sui genitori intenzionali. Come sempre accade nei casi di eguali diritti, la compossibilità dell’esercizio del diritto dev’essere assicurata dagli ordinamenti.

Ed è questa la ragione per cui serve nuovo diritto, che renda coerenti le applicazioni di questi principi. Serve un nuovo diritto di famiglia, che affermi la concezione di famiglia che le Corti registrano ma non possono sviluppare: una concezione che il paese è pronto ad accettare. Serve andare oltre minoranze rumorose - alcune femministe di sinistra, le femministe di destra, i corifei della cosiddetta famiglia tradizionale, pezzi della Chiesa e teo-conservatori vari - e rendere legge il sentire civile della maggioranza, di chi cresce figli non biologici (genitori adottivi e affidatari, genitori intenzionali compagni e compagne di genitori biologici o gestazionali), di chi cresce figli biologici, di chi si prende cura degli altri nelle varie forme possibili.

La destra oggi al governo non farà mai questa riforma del diritto di famiglia. L’attuale papato chiude a ogni visione diversa della famiglia. Il compito, dunque, rimane alla sinistra, che dovrebbe compierlo lasciandosi dietro ansie elettoralistiche e scrupoli non fondati dei cattolici di sinistra. Le Corti possono fare tanto, ma non tutto. La società civile può andare avanti, ma senza protezioni di legge il progresso morale su momenti essenziali dell’esistenza umana - l’inizio e la fine della vita - sarà sempre imperfetto.

*Filosofo