di Maurizio Maggiani
La Stampa, 18 novembre 2024
La Costituzione sancisce che nel ripudio del conflitto c’è un giudizio definitivo. Un concetto che ministro e capo di stato maggiore della Difesa mettono in discussione. Una domenica all’inizio del mese verso sera ho incontrato una lepre. Se dico che l’ho vista, mezzo cieco come sono, è perché ha voluto proprio farsi vedere. Se ne stava sul ciglio del fosso alla vigna di Paolo, poco discosto dalla grande quercia che il figlio ha disegnato sulle etichette del suo vino. Se ne stava lì, posata eretta sulle zampe di dietro, quelle sue orecchione dritte e tese neanche volesse da dov’era auscultarmi il battito del cuore. Prima di guizzare nel fosso e sparire nei meandri del suo universo, nella quinta dimensione dove ai leprotti è consentito di governare le sfere celesti, è passato un po’ di tempo. Tempo del mio universo, tempo bastante a farmi domande umane del tipo: cosa c’è di più bello, ora, di questa lepre in ascolto di un cuore alieno in questa vigna autunnale appena dorata dal sole calante, e di quest’uomo che ascolta la lepre ascoltarlo a un passo dal fosso che segna un confine benignamente pattuito tra un vignaiolo e il resto del mondo? Cosa c’è di più struggente, ora, al mondo, di quelle lunghe orecchie che vorrei poter anche solo sfiorare, per sentire quanto sono calde, e vibranti di accondiscendente attesa di vita?
Ora che i cacciatori se ne sono tornati a casa con le cartuccere vuote, la bisaccia gonfia delle sue consorelle, pum pam per tutta la mattina nei campi qui attorno. Una carneficina, eppure lei è salva, almeno fino a domenica prossima, e io con lei almeno fino domani, che di più non ha senso sperare. Io e lei, salvi. Anch’io ho avuto i cacciatori alle calcagna, pum pam senza giorno stabilito, senza orario, dal giornale radio del primo mattino alla prima occhiata notturna ai quotidiani dell’indomani. Ma mi basta spegnere la radio, chiudere il giornale, accortamente selezionare le chiamate in arrivo, e posso con calma spuntare via dalla mia carne pallettoni e mitraglia, e infine nella mia casa sono al sicuro. I due gelsi gemelli nel giardino si prendono cura del mio umore, questo giornale prende le mie parole e le semina per mare e per monti, domani dovrò cucinare alla svelta una pasta e comprerò non dico del caviale ma della non certo economica bottarga, aspetto da Amazon un nuovo e splendido gingillo per ascoltare la musica come mai non è stata udita prima da orecchio umano, nel frattempo mi sono attrezzato di apparecchiature idonee a tollerare la torrida estate prossima ventura, ieri era notte di luna buona, la sua luce lambiva un inconscio sorriso sulla bocca della mia sposa addormentata e in quel sorriso c’era così tanta dolcezza da farmi ancora una volta innamorare. Salvo, nonostante tutto sono salvo, posso spingermi con fiducia per tutta la campagna qui attorno, per Borgo Tulipano salutare della gran brava gente, persino i cacciatori di lepri in fondo non sono che vecchi, bonari sbevazzoni che segnano un colpo su dieci, perdono i cani che se ne vanno a giocherellare con le capre di Giorgio, e ho la ragionevole certezza che gli altri, quelli cattivi, qui arriveranno un po’ dopo che da ogni altra parte, e intanto chi mi ammazza a me?
Eppure mi sto ammalando. E ho chiesto al mio medico e lei dice che la sua scienza non arriva a curare il mio male. Ho preso a patire di una nausea perenne, un continuo e straziante stimolo di rigetto, costante da mattino a notte e oltre, salvo qualche momento di sonno profondo verso mattino, quando sogno che la nausea mi è passata. Mi curo con pastiglie e sono scrupoloso con la mia dieta, faccio attività fisica e tutto il resto, e anche se il medico stenta a crederlo, è piombo, sono i pallettoni ficcati nelle mie interiora, laggiù dove nessuna pinza può togliere, nessuna cura sciogliere. Guardate che non vi sto rifilando una metafora, non sto parlando di nobile disgusto per l’andazzo delle cose del mondo, il disgusto è storia passata, ora la nausea è una reazione pratica, affatto fisica, e alle leggi della fisica risponde, è come il troppo pieno dello sciacquone del wc che ha smesso di funzionare. E io sono troppo pieno, pieno di mitraglia fin dentro l’anima, e finché c’era il disgusto la valvola funzionava, bastava anche solo andarmene per i campi a incontrare una lepre superstite e dirmi, ecco anch’io lo sono; ma ora la valvola è rotta e la pressione aumenta e spinge dalle budella in su e finirà che scoppierò e mi troverò in mezzo a un lago di vomito grigio di piombo.
Questa è la mia malattia, e anche se il medico stenta a crederlo, e annuisce intanto che compila una ricetta per un potente ansiolitico, io ne conosco l’origine, l’infezione. Il fatto è che io credo, io sono un credente abitato da una fede adulta e dunque estrema e irrevocabile, non ho più i mezzi intellettuali e neppure la forza fisica per convertirmi a una nuova. Il mio credo è un’idea e se l’idea appartenesse al trascendente dall’oggi sarebbe un ideale, la mia fede è così estrema che sì, la posso ben chiamare ideale, posso pensarla l’avvenire. E posso chiamare questo mio credo democrazia universale, pace perpetua nella giustizia e nella dignità, accettazione della responsabilità dell’umano verso il proprio destino e il destino di ogni essere. L’avvenire; il futuro non è niente, forse è una fantasia, di certo un’illazione, ma l’avvenire è ciò che è a venire, che accadrà per intenzione che già oggi è materia per domani, pensiero e azione, il lavoro dell’idealista.
E eccolo lì davanti ai miei occhi il mio ideale incatenato in una sorta di sinedrio in mondovisione e senza orario, sotto giudizio per bestemmia, sputo dopo sputo, frustata dopo frustata, spina dopo spina, ingiuria dopo ingiuria, infamia dopo infamia, scherno dopo scherno, abominio dopo abominio. Piombo conficcato nella mia anima, giorno per giorno ogni istante di veglia.
Io credo, credo ad esempio, e nel farlo so che ne sacrifico altri cento, nel candore della verità iscritta nella carta costituzionale del mio Paese e ho fede nell’ideale che incarna. Ho fede che i padri e le madri che l’hanno dettata abbiano scelto con attenzione e dedizione parola per parola; per questo so che si potevano scegliere altre parole ed è stata preferita la più drastica, ripudio; il ripudio della guerra è un giudizio definitivo, non declinabile, e universale perché condiviso da tutti i paesi reduci da quella che decisero essere l’ultima guerra. E la guerra è ora declamata dai giudici del sinedrio come la condizione ovvia e naturale della condizione umana, promotrice di sviluppo economico e culturale, unica fonte di sicurezza.
E proprio qui, in questo mio Paese, senza un filo di pudore il capo di stato maggiore della difesa ha declamato che “la sicurezza è come l’aria, ci si accorge che manca solo quando non c’è”, stuprando senza ritegno una ben nota frase del padre del ripudio costituzionale Piero Calamandrei, nel suo discorso non c’era la parola sicurezza ma la parola libertà. Ha chiarito il concetto il ministro della difesa Crosetto, conficcando la sua daga nel cuore del ripudio, “Il villaggio Difesa serve a costruire una cultura della difesa. Le forze armate sono il nostro principale presidio di libertà e democrazia. Il presupposto della pace sono la forza e la deterrenza”. La Costituzione sancisce che il presupposto della pace è nella convivenza pacifica, nell’universale promozione dei diritti individuali e sociali. In Val Sesia, su un muro accosto alla strada è ben leggibile il famoso motto di Benito Mussolini, “noi non vogliamo la guerra ma non la temiamo”, è questa la fede che informa ministro e comandante. Proprio qui a un passo da casa mia. Intanto nell’altrove che pur sempre dovrebbe essere casa mia, niente pone limite al massacro e al sopruso, allo spregio del diritto e alla sete di vendetta, all’ovvietà, alla naturalezza del potere che li esercita. E quando sento “ripreso il lavoro diplomatico per arrivare a un cessate il fuoco”, mi induce a un conato di vomito la sfacciataggine dell’ipocrisia, della cinica menzogna che gli soggiace.
Intanto il popolo d’America, defraudato del sogno che pure gli era stato venduto per generazioni come l’unica moneta buona per pagarsi un avvenire, un popolo che non dispone neppure della certezza di arrivare a sera sano e salvo, un popolo che non ha più che degli incubi in cui annegare la miseria di corpo e anima, si è risolto all’estremo, a una straordinaria colletta di voti elettorali per assoldare il killer che ha giustiziato il sistema che ha tradito il suo mandato e dissolto il sogno, e se lo ritrova ora il killer come padrone.
Padrone dico, perché il proprietario è un altro, l’uomo più ricco del mondo che intende essere anche il più potente, anche lui un idealista, e il suo credo si fonda su un impellente imperativo, seppellire per l’eterno a venire il mio credo. Voglio bene a quel popolo, ma ne può volere lui a me, che non ho che da offrire un’ideale, inservibile per nutrirsi oggi e salvarsi dai debiti prima di sera? E quanti abitatori di questo mio Paese possono permettersi il lusso di dedicare qualche energia al pensiero di un avvenire? L’avvenire è un privilegio di pochi, aggiunge un’ulteriore divisione in classi tra chi se lo può coltivare e chi no, tra me e l’operaia in cassa integrazione che in questo momento sta facendo la fila alla Cucina del Sorriso. So chi è, so dei suoi figli, so del suo tormento per loro, so della sua fatica disumana per non seppellirsi nella disperazione e so che nella sua casa non c’è modo di sentirsi salvi, ma non so del suo ideale, se ce l’ha, se lo coltiva o se le è morto nel cuore. Non lo so perché non glielo ho mai chiesto, e non l’ho fatto per vergogna.
Che me ne faccio io del mio ideale se non lo spartisco, se non ne faccio lo strumento per essere parte, per fare la mia parte e onorarlo nell’azione? Forse la nausea ha un’altra origine ancora, e è nel troppo pieno della mia inanità, del mio diniego. Perché è possibile oltreché dovere rispondere al sinedrio, e ha ragione Maurizio Landini, è la rivolta. Solo che non basta una rivolta sociale, ma anche culturale, politica. E armata, naturalmente. Armata mai di cosa? Dell’unica arma che ci è data a noi credenti, la resistenza attiva al dominio del presente come destino, resistenza di popolo, la costruzione di un ideale di comunità. Negli atrii muscosi, nei Fori cadenti, nei boschi, nell’arse fucine stridenti, nei solchi bagnati di servo sudor sono accesi cento, mille piccoli fuochi di resistenza. Nelle scuole dove ancora si discute liberamente sia o no consentito dalle vigenti disposizioni ministeriali, nelle buone pratiche che provano a riparare i torti, nella cooperazione sociale che prova a dare dignità e rispetto al lavoro, nel volontariato che prova a sanare le esclusioni e gli abbandoni, nei circoli dove si legge assieme un libro che ha ancora da dire una cosa importante, nelle chiese dove si praticano solidali fraternità, negli ospedali dove si cura senza speranza di compenso, e, e, e…
Non è un popolo solo perché nessuno si è curato di farne un popolo, nessuno tra coloro che godono del privilegio dell’avvenire si è messo per strada tra campi, fori e officine a farsene testimoni. Attendibili testimoni perché ne sono l’immagine incarnata, militanti un sacrificio senza speranza di ricompensa, per dirla con Carlo Pisacane, un credente della mia stessa fede, perché una comunità di popolo promettente non si fonda in una legislatura e forse nemmeno in una vita. Sarà una nuova generazione a poter constatare “ben scavato vecchia talpa”. O arriverà ineluttabile il momento che l’ideale sarà trascinato sul Golgota e crocifisso al cospetto del ludibrio generale. E nemmeno la mia lepre avrà più scampo.











