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di Patrizio Gonnella

Il Manifesto, 19 febbraio 2026

L’utopia mediterranea di Valeria Verdolini (Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà, add editore, pp. 248, euro 18) si riconnette al pensiero meridiano del compianto Franco Cassano, nonché alla storia dirompente del progetto abolizionista di Franco Basaglia. D’altronde, c’è un filo rosso che lega Bari e Trieste: godono entrambe della possibilità di far sprofondare lo sguardo verso il confine tra il cielo e il mare. Studiosa e attivista, l’autrice ci conduce dentro le forme della violenza istituzionale, non limitandosi a stigmatizzarle, bensì offrendoci coraggiosamente la speranza di una via d’uscita.

Di fronte alle frontiere chiuse, ai muri che dividono ed escludono, alle carceri che disumanizzano, alle polizie che si entificano fino a immedesimarsi nel potere, l’autrice propone il metodo abolizionista. Quello stesso metodo che la storia basagliana, forse ancora più efficacemente rispetto a quella della liberazione dalla schiavitù, ha dimostrato essere rivoluzionaria e resistente nel tempo. Il carcere, secondo Verdolini, può essere abolito. Esso è un’invenzione della modernità e siamo abituati a ritenerlo come l’unica pena possibile. Eppure non è riuscito a mantenere la sua promessa di pena meno disumana rispetto alle sanzioni corporali che caratterizzavano fino a fine ’700 la storia del potere punitivo.

Il libro è ricco di microstorie (Verdolini usa i termini “frammenti” e “detriti”) che costituiscono il sostrato della sua proposta abolizionista di tutte le istituzioni totali. Le microstorie, come insegna Aldo Capitini, sono i tasselli di storie più complesse che fanno la storia, come gli esseri umani fanno l’umanità e l’indignazione di uno dà vita all’indignazione di molti. Nel libro compaiono le microstorie drammatiche di migranti lasciati morire in mare, di storie di razzismo, di persone torturate nelle prigioni o uccise da chi avrebbe dovuto occuparsi di ordine pubblico. Se le microstorie fanno la storia, allora è la storia a suggerire un cambio di paradigma.

L’abolizionismo è ovviamente uno strumento neutro e non necessariamente connotabile in forma di progresso umanocentrico. C’è chi di questi tempi vorrebbe ben volentieri abolire la Costituzione o lo Stato di diritto. Può, però, essere la via nonviolenta attraverso cui immaginarci un futuro meno asfissiante di quello attuale. Verdolini ha il merito di fare anche una proposta politica, che lei definisce piccola, ma tanto piccola non è: rivoluzionare il mondo senza fare la rivoluzione.

Di abolizione in abolizione (compresi lavoro salariato e proprietà) si dovrebbe arrivare alla costruzione di una società più giusta. Luigi Ferrajoli, con il suo costituzionalismo globale, ci ha insegnato come le grandi utopie si costruiscono nei tempi bui. Spinelli, Rossi e Colorni scrissero il loro manifesto europeista al confino di Ventotene. C’è un problema grosso come un macigno che ci assilla di questi tempi e si chiama sovranità. Il cosmopolitismo umanocentrico è l’antidoto. L’abolizionismo, per Verdolini, è la parola attraverso cui neutralizzare i crimini della sovranità. Anche di questo si parlerà oggi alla presentazione del libro: ore 18 alla Biblioteca Giuridica del Dipartimento di Giurisprudenza a Roma Tre.