sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di A. Lan.

Avvenire, 30 maggio 2023

Una delle condizioni più comuni tra quanti scontano una pena detentiva è la solitudine. L’ascolto e la vicinanza dei volontari possono fare la differenza tra una pena che aumenta la disperazione e una che ridà speranza. Lo racconta Antonio Mattone, responsabile della Comunità di Sant’Egidio per le carceri in Campania. Scrittore e giornalista, Mattone è anche direttore dell’Ufficio di Pastorale sociale e del lavoro della diocesi di Napoli. Frequenta il carcere come volontario dal 2006 e ha partecipato come esperto agli Stati generali dell’esecuzione penali voluti dal ministro Orlando nel 2015.

Da quando ha iniziato a frequentarlo ad oggi, come è cambiato il carcere?

Di cambiamenti ce ne sono stati molti. Io dico che il carcere è un po’ come un elastico, si allarga nel senso che progredisce, e poi si restringe nel senso che regredisce. Volendo riassumere, direi che gli anni ‘80 era il periodo in cui la camorra comandava all’interno del carcere. Il boss Raffaele Cutolo imperava, del resto il suo potere è nato all’interno di Poggioreale. Il suo dominio è arrivato fino al punto di ordinare l’esecuzione del vicedirettore Giuseppe Salvia, vicenda che il racconto in un mio libro. Nel 1982, in seguito a una serie di rivolte e di sparatorie tra detenuti all’interno del carcere di Poggioreale, c’è stato un primo cambiamento. I reparti speciali hanno fatto piazza pulita e setacciato minuziosamente il carcere, padiglione per padiglione, recuperando da nascondigli segreti una grande quantità di armi, pistole e coltelli. Dopo questa operazione, molti detenuti sono stati trasferiti. Lì è cambiato il sistema: quando si entrava in carcere, bisognava capire che comandavano gli agenti e, soprattutto se non si avevano appartenenze criminali forti. Estremizzando, possiamo dire che questo ha portato la famigerata “cella zero” di Poggioreale, descritta come luogo di pestaggi e umiliazioni dei detenuti. Io mi soffermo su questo Istituto perché è quello che conosco meglio, ma la dinamica che descrivo ha una valenza generale. Questo clima oggi è cambiato.

Cosa ha portato al cambiamento?

Un insieme di eventi. Molto importante è stata la sentenza Torregiani del 2013. La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per la violazione dell’articolo 3 della convenzione europea dei diritti umani. A quel punto il Ministero capì che bisognava riformare il carcere, in particolare bisognava riformare quello di Poggioreale. Sono cambiati così i quadri direttivi del carcere e il direttore. Significativa anche la precedente riforma della medicina penitenziaria del 2008, in base alla quale i medici non dipendevano più dal Ministero della giustizia ma dal Sistema sanitario nazionale, svincolandoli così dalla troppa vicinanza agli agenti della custodia. Una volta un detenuto mi disse: “qui gli agenti sono infermieri, infermieri sono medici e medici sono guardie”, denunciando una commistione tra ruoli che faceva sì che in certi casi fossero gli agenti a stabilire di chi prendersi cura. Anche la visita di Papa Francesco a Poggioreale nel 2015, ha rinnovato lo spirito. Tuttavia serve una riforma strutturale, altrimenti tutto è lasciato alla buona volontà del momento.

È vero che tra i volontari giro questo motto: “più mandate fai, meno recupero c’è?”

Sì. Se metti una persona in cella e gli neghi la possibilità di recupero già attraverso corsi dentro il carcere - che me lo lasci dire, in molti casi servono più ai formatori che ai detenuti per come sono fatti - oppure gli neghi misure alternative, il recupero è difficile. Anche dare un diploma ma senza poi accompagnare al lavoro la persona, risulta inutile. E anche quando c’è un affidamento al lavoro, in non pochi casi è fasullo. Addirittura, qualche volta, è il detenuto stesso che paga il datore di lavoro: sì, succede anche questo. Così accade che il detenuto si impoverisca perché ad esempio, perde il lavoro. Poi spesso perde legami familiari: che speranze ha una persona in tali condizioni? E che motivi ha di cambiare condotta? Se si danno opportunità invece le cose mutano. Fondamentale in quest’ottica sono le misure alternative al carcere che, non dimentichiamolo, sono uno dei modi di scontare la pena, a dispetto del luogo comune in base al quale solo in carcere si sconta davvero la condanna. Le pene alternative sono uno strumento di recupero e reinserimento graduale nella società importante, per evitare che la persona subisca un passaggio brusco dal carcere alla vita fuori. Tutto questo serve anche per avere una società più sicura: se uno esce dal carcere uguale o peggiorato rispetto a quando vi è entrato non è di certo un bene per la collettività. Senza contare, che, se esci incattivito e impoverito, se facile preda della malavita in cerca di manovalanza. Chiaramente questo discorso si applica alla fattispecie di reati che lo consentono, non mi riferisco certo ai camorristi, ma ai detenuti comuni, che poi sono la maggioranza. Le statistiche sono chiare: chi ha vissuto gli ultimi mesi della propria pena in misura alternativa ha in media una recidiva più bassa.

Qual è il senso dell’impegno dei volontari in carcere?

Per quanto mi riguarda, i volontari di Sant’Egidio vogliono innanzitutto rispondere ad un imperativo evangelico: “ero carcerato e siete venuti a visitarmi”. Poi nella visita c’è l’aiuto nella solitudine. Ho incontrato pochi giorni fa - ma è solo uno dei tanti esempi - un ragazzo africano appena arrivato in Italia con una nave di migranti, che non parla italiano, completamente solo, in attesa di processo. Gli abbiamo portato dei vestiti: aveva ancora gli abiti di quando è sbarcato. Il senso dell’impegno, allora, è quello di stare vicino a chi vive un momento difficile della propria vita. È chiaro che si tratta di difficoltà diverse: in carcere ci sono senza fissa dimora, tossicodipendenti, stranieri, persone con disagi psichici. A volte si tratta di giovanissimi e questa è davvero una grande ferita. Poi ci sono i criminali, per così dire di alto rango, ci sono i boss. C’è di tutto. Di fronte a questa umanità noi cerchiamo di farci i prossimi: poi ciascuno è libero di prendere quello che vuole. Dal semplice aiuto materiale si può passare alla richiesta di ascolto, di una catechesi in certi casi. A volte nasce un’amicizia che continua dopo la detenzione. Con alcuni detenuti che ho incontrato da volontario è sorto un rapporto che dura da anni: oggi sono uomini liberi, lavorano, hanno una famiglia, fanno una vita normale. Nel 2006 ho varcato il portone di Poggioreale con qualche paura: ero l’unico di Sant’Egidio al tempo e non sapevo bene cosa fare. A distanza di anni posso dire che è una grande esperienza umana.