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di Irene Famà

La Stampa, 12 aprile 2025

Si parte in 32 istituti. Niente intimità per chi è stato trovato con telefonini o oggetti atti a offendere. E solo per il coniuge o il convivente stabile. Il diritto alla sessualità entra in carcere anche in Italia. Ma con regole precise e solo in trentadue strutture. A distanza di oltre un anno dalla pronuncia della Consulta, arriva il primo concreto segnale dal Dipartimento, che apre la strada alla possibilità di concedere colloqui intimi dietro le sbarre. “Un vero e proprio diritto soggettivo del detenuto” secondo i giudici. Si parte negli istituti di Brescia, Trento, Civitavecchia, Bologna, quello di Secondigliano a Napoli e di Sollicciano a Firenze.

Criteri precisi, dunque. Gli incontri, al massimo di due ore, potranno essere concessi soltanto al coniuge del detenuto o alla persona stabilmente convivente. Verrà disposta una camera ad hoc, con letto e servizi igienici. Porta rigorosamente aperta. Con all’esterno, a sorvegliare, personale della polizia penitenziaria. Gli stessi locali saranno ispezionati prima e dopo l’incontro, mentre ad occuparsi delle pulizie e della sanificazione saranno altri reclusi.

La priorità sarà data ai detenuti che non hanno permessi premio, né altri benefici penitenziari che consentano di coltivare i rapporti affettivi all’esterno. Inoltre saranno privilegiati i detenuti, che devono espiare pene più lunghe o che sono in carcere da più tempo. Sulla concessione peseranno anche la buona condotta e questo beneficio non sarà accessibile a chi è recluso in regime di 41bis, a chi sorpreso dietro le sbarre con sostanze stupefacenti, telefoni cellulari oppure oggetti atti a offendere.

L’intenzione di garantire l’affettività si scontra con la carenza di luoghi idonei e le problematicità strutturali delle carceri italiane. Solo qualche giorno fa lo stesso ministro della Giustizia Carlo Nordio aveva spiegato che “su 189 istituti penitenziari solo 32 hanno dichiarato di avere a disposizione spazi adeguati”. E ancora: “Miracoli non ne possiamo fare”. A scagliarsi contro la direttiva, chiedendone l’immediato ritiro, è invece l’Organizzazione sindacale autonoma polizia penitenziaria. “Chi controllerà le condizioni dei locali dopo ogni incontro? Con quali risorse e personale si garantirà la pulizia in istituti dove manca persino l’acqua calda? - dice il segretario dell’Osapp Leo Beneduci - Cosa dire dell’assenza di indicazioni sulla presenza di personale medico specialistico, fondamentale in un contesto di intimità. Un’omissione inaccettabile che mette a rischio la salute di detenuti e, di riflesso, del personale”.