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di Claudia Osmetti

Libero, 14 febbraio 2025

I rispettivi magistrati di sorveglianza hanno accolto i ricorsi dei detenuti, che dunque potranno intrattenersi intimamente con le partner in locali appositi e non sorvegliati. L’anno scorso la consulta aveva dichiarato illegittimo il divieto. È la magistratura di sorveglianza (in due casi differenti, il primo a Terni e il secondo a Parma) a creare, di fatto, un “precedente”: per la prima volta nella storia italiana a due detenuti è stato accordato il permesso a fare colloqui intimi con la propria compagna (nella vicenda umbra) e con la propria moglie (in quella emiliano-romagnola). Sì alle “stanze dell’amore”, insomma. Sì al diritto all’affettività in prigione.

Gli incontri sentimentali, in entrambe le situazioni, hanno l’obiettivo dichiarato (esplicitato dai diretti interessati nelle rispettive richieste) di permettere ai due carcerati di avere rapporti sessuali all’interno delle strutture che li ospitano e, di conseguenza, si potranno svolgere senza la sorveglianza della polizia penitenziaria. Non è stato facile ottenerli, né a Terni né a Parma: al primo rifiuto da parte della prigione, infatti, sono state necessarie due azioni legali portate avanti grazie all’aiuto dei rispettivi avvocati e durate parecchi mesi.

Ma alla fine è arrivata l’ordinanza (anzi, le ordinanze: due, separate, per due storie praticamente fotocopia e con la sola differenza che il detenuto di Terni ha motivato la sua domanda col desiderio di genitorialità mentre quello di Parma con l’intenzione, alla stessa stregua sacrosanta, di poter stare in intimità con la propria consorte) che dà alla direzione delle carceri un lasso di tempo di due mesi per attrezzarsi e rendere operativi gli incontri.

Del diritto al sesso dietro le sbarre se ne parla, in verità, da anni. Da quando, cioè, la Corte Costituzionale lo ha messo nero su bianco nei fogli di una sentenza (la numero 10 del 2024) che sottolineava come “l’ordinamento giudico tuteli tutte le relazioni affettive” e, di conseguenza, che “lo stato di detenzione può incidere sui termini e sulle modalità, ma non può annullarla alla radice con una previsione astratta e generalizzata”. Una decisione che era stata, tredici mesi fa, giustamente considerata una rivoluzione, ma che si era scontrata quasi subito con un problema di ordine pratico: la Consulta non ha mai chiarito le modalità e la procedura con cui attuare, concretamente, il suo dispositivo.

A Padova, per esempio, nel carcere cittadino, alcune associazioni si sono mosse per creare queste “stanze dell’amore” incamerando il parere positivo della direzione, ma il progetto è stato bloccato per una questione di ricerca delle competenze effettive a portarlo a termine. L’allestimento vero e proprio, ha sostenuto il governo, spettava al dap, al dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Risultato: tutto fermo. La soluzione potrebbe arrivare, adesso, proprio dai pronunciamenti della magistratura di sorveglianza che, non solo ha approvato le due richieste in questione, ma ha anche incaricato (nello specifico) chi dovrà garantire le “stanze dall’amore”: ossia le carceri nelle quali i detenuti sono ospiti.

Ed è proprio per questo che i casi di Terni e di Parma (che riguardano due detenuti di alta sicurezza, ossia sottoposti a un regime carcerario non ordinario ma che prevede una sorveglianza maggiore, e che hanno dimostrato la loro buona condotta) potrebbero riaprire la strada che, a tutti gli effetti, è quella indicata dalla Corte Costituzionale, tanto che un richiamo al suo dispositivo compare in entrambe le domande presentate.

L’avvocato Pina di Credico che ha seguito la pratica parmigiana sta assistendo anche altri due detenuti nella stessa condizione che, tuttavia, al momento, sono ancora in attesa di una risposta da parte della struttura. Anche Ornella Favero, come riporta Il Post, che è la direttrice della rivista Ristretti orizzonti sempre attiva per i diritti di chi è in arresto e che ha sede a Padova, fa sapere che in diversi hanno intrapreso questa via presentando reclami simili.