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di Federica Delogu e Marica Fantauzzi

L’Espresso, 21 febbraio 2025

A un anno dalla sentenza della Consulta accolto il ricorso di due detenuti a Terni e Parma. Pronta un’ondata di richieste da Rebibbia. Le resistenze del Dap: la mancanza di strutture addotta come alibi per non dare corso al riconoscimento. Ma ora i magistrati di sorveglianza cambiano passo e le carceri dovranno adeguarsi. Era la fine di gennaio 2024 quando la Corte Costituzionale ha riconosciuto il diritto all’intimità e alla sessualità delle persone detenute. Con una sentenza storica, la Corte ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 18 della legge sull’ordinamento penitenziario, nella parte in cui prevedeva il controllo visivo della polizia penitenziaria durante i colloqui familiari. Che cosa è successo nelle carceri da allora? Poco o nulla dopo un anno.

Poi, nel giro di poche settimane, due magistrati di sorveglianza hanno risposto al reclamo di due detenuti (uno recluso a Terni, l’altro a Parma), dando un primo vero segnale da quando è stata emessa la sentenza della Corte: i due detenuti hanno pieno diritto di avere rapporti intimi con le proprie compagne senza essere sorvegliati e le direzioni delle carceri hanno due mesi per adeguare gli spazi alla decisione. In altre regioni, però, la situazione è rimasta ferma.

“Alcuni detenuti hanno fatto richiesta di colloqui intimi che non si sono verificati - afferma Stefano Anastasia, docente e Garante delle persone private della libertà della regione Lazio - C’era stata qualche direzione che aveva provato a organizzare spazi idonei, ma poi tutto è stato bloccato dal Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria che ha creato un gruppo di studio per disciplinare e garantire omogeneità al godimento di questo diritto”. Il dispositivo chiariva che il diritto poteva essere immediatamente applicabile, senza attendere un intervento legislativo o di uniformità sul territorio nazionale.

“Con la sentenza della Corte è venuto meno l’obbligo del controllo visivo - prosegue Anastasia - e questo significa che in molti istituti si può fare anche senza realizzare nuovi ambienti. Per esempio, a Rebibbia ci sono stanze per i colloqui familiari con la finestrella che consente al poliziotto di vedere cosa accade dentro”. Ora che il controllo visivo non è più obbligatorio, spiega Anastasia: “Basterebbe oscurare la finestrella. Poi un giorno si faranno le migliori strutture architettoniche, ma intanto si può fare così. C’è solo un tema di organizzazione degli spazi e dei turni, ma questo avviene già per le videochiamate, le telefonate, i colloqui. La mancata realizzazione delle stanze idonee e progettate nel modo migliore possibile non può rendere inesistente un diritto”.

L’altra preoccupazione del Dipartimento è quella di uniformare la gestione dell’intimità in tutto il territorio nazionale. “Se dovesse valere questo principio - commenta Anastasia - dovremmo dire che le carceri sono inabitabili perché nella metà degli istituti penitenziari italiani non c’è la doccia in cella come prevede un regolamento di 25 anni fa. Se il principio vale per l’intimità dovrebbe valere anche per le docce, quindi chiudiamo l’intero sistema penitenziario perché la pena si può espiare solo se è uguale dappertutto?”. L’Organizzazione mondiale della Sanità, nel 2001, ha incluso fra i diritti umani fondamentali il diritto alla salute sessuale, interpretandolo come bisogno e desiderio di contatto, intimità, possibilità di provare piacere ed emozioni legate al legame con l’altro, come amore o affetto. Eppure, la sensazione è che, nonostante la sentenza della Corte, ci sia una forte resistenza a riconoscere tale possibilità anche a chi è privato della libertà.

Luna Casarotti, oggi attivista dell’Associazione Yairaiha Onlus, ricorda che, mentre era detenuta nel carcere della Dozza a Bologna, capitava che si abbracciasse con una compagna durante l’orario di socialità. “Eravamo sedute sullo stesso letto, scambiandoci un semplice gesto di affetto - racconta Casarotti - ma per l’amministrazione, quel gesto era inappropriato. Tanto da farci un rapporto per “atti osceni in luogo pubblico”.

Ritornando a quel periodo ricorda la sofferenza della lontananza dagli affetti, uno stato di privazione continuo che si traduceva in dolore emotivo e fisico. Il diritto alla sessualità è diritto alla salute e alla salute riproduttiva, spiega Sofia Ciuffoletti, Garante dei detenuti del Comune di San Gimignano e direttrice de L’Altro Diritto. Ma, aggiunge, che, soprattutto nei confronti delle donne, non è mai stato veramente garantito.

“Per gli uomini c’è stata una sentenza della Cassazione che ha aperto alla possibilità di donare lo sperma da parte del detenuto che vuole accedere alla procreazione medicalmente assistita, ma per le donne questo diritto non esiste, perché significa intraprendere un percorso ben più lungo e complesso”. Tutelando il diritto all’intimità, secondo Ciuffoletti, si tutela il diritto alla relazione che “resta nel solco del principio per cui il carcere, per fare opera di reinserimento sociale, deve assomigliare a quello che c’è fuori, e fuori ci sono le relazioni”.

“All’epoca - continua Casarotti - io non avevo un partner e facevo i colloqui con mia zia e mio padre, ma vedevo le mie compagne vivere situazioni complicate durante gli incontri, anche e soprattutto con i loro compagni/e. Ogni volta per un semplice abbraccio o bacio gli agenti tiravano pugni sul vetro del gabbiotto”.

Ecco che il diritto all’affettività nella concretezza della detenzione viene interpretato come bisogno di mantenere un legame fisico ma anche emotivo con la persona a cui si è legati. È il diritto di essere visti da chi si ama, quello che Casarotti definisce come “il bisogno di essere capiti e riconosciuti”. E poiché quanto avviene all’interno del penitenziario condiziona anche chi vi lavora, Ciuffoletti sottolinea un ulteriore elemento: “La dimensione di riservatezza dallo sguardo degli agenti di polizia penitenziaria è una norma che tutela la dignità, non solo quella delle persone detenute, ma anche quella degli agenti che sono oggi costretti a invadere l’intimità degli incontri”. Se è vero che nulla è cambiato nella quotidianità detentiva, qualcosa inizia a muoversi. Oltre alle due ordinanze dei magistrati di Spoleto e Reggio Emilia (rispettivamente competenti per le carceri di Terni e Parma), la Corte di Cassazione il 6 gennaio scorso ha annullato la decisione del Tribunale di sorveglianza di Torino che aveva giudicato la richiesta di un detenuto di avere colloqui intimi con la compagna come una mera aspettativa e non un diritto. Alla richiesta dell’uomo la direzione del carcere di Asti aveva opposto un diniego, “perché la struttura non lo consente”.

A quel punto, attraverso il suo legale, il detenuto aveva presentato un reclamo al Tribunale di sorveglianza di Torino, che lo ha dichiarato inammissibile. Nella sentenza la Cassazione ha riaffermato che la richiesta del detenuto è “una legittima espressione del diritto all’affettività e alla coltivazione dei rapporti familiari”, rinviandolo al Tribunale di sorveglianza di Torino per un nuovo giudizio. Nel Lazio invece sono arrivati i primi reclami collettivi. Prima sono stati cinquantacinque detenuti dalla Casa di Reclusione di Rebibbia, poi centodue dalla Casa Circondariale di Viterbo. Centocinquantasette persone recluse nei mesi scorsi hanno presentato un reclamo indirizzato alla magistratura di sorveglianza e ai Garanti delle persone private della libertà personale per chiedere che il diritto alla sessualità e all’affettività sia garantito.

“Per il primo caso - continua Anastasia - insieme alla Garante di Roma Capitale Valentina Calderone, e per il secondo in quanto Garante regionale, ho risposto al reclamo con una raccomandazione all’amministrazione penitenziaria dicendo che si tratta di un diritto esigibile e che, in assenza di indicazioni centrali, l’amministrazione a livello locale deve provvedere, come dice esplicitamente la sentenza della Corte costituzionale”.

Di fronte al perdurare dell’inazione dell’Amministrazione penitenziaria, conclude Anastasia, spetterà alla Magistratura di sorveglianza pronunciarsi sui reclami dei detenuti e rendere effettivo il diritto ai colloqui intimi. A distanza di un anno dalla sentenza della Corte, con il sovraffollamento che supera il 130 per cento in molti penitenziari, pensare a quale sarà l’effettiva attuazione di quella sentenza su tutto il territorio nazionale è complicato e tuttavia qualcosa, secondo Ciuffoletti, va fatto. “Infine, c’è sempre la possibilità di ricorrere alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Anche lì i tempi sono lunghissimi, ma ciò non toglie che faremo tutto quello che ci è possibile fare”.