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di Mario Ricciardi

Il Manifesto, 28 ottobre 2026

Lanciata la caccia, chi è più al sicuro? Oggi il “nemico” è un ricercatore precario figlio di immigrati, domani potrebbe essere lo studente, il giornalista critico o il lavoratore in lotta. Uno spettro si aggira per l’Europa, ma non è quello del comunismo. Disabituati, come siamo diventati, a leggere storicamente i testi, tendiamo a sovrapporre alle parole di Marx le nozioni sommarie che abbiamo trattenuto sulla storia del movimento operaio. Una illusione di necessità storica avvolge le parole del manifesto - redatto da Marx, con la collaborazione di Engels, per la Lega dei comunisti - e lo proietta nel futuro verso la rivoluzione russa e i gulag.

Questo anacronismo ci fa ignorare, e non è una dimenticanza innocente, che lo “spettro” evocato da Marx nel 1847 non è ancora una realtà storica concreta, ma appunto una presenza che inquieta i reazionari e i liberali come può fare un fantasma: una immagine dai contorni indefiniti che spaventa proprio perché non può essere afferrata e ridotta a qualcosa di misurabile e classificabile come faremmo per un fenomeno naturale. Lo spettro che oggi si aggira per l’Europa spaventa per questo, perché non ha ancora un nome e una fisionomia definita. Non ha una teoria né un programma. Rivela probabilmente una inquietudine, che scuote le nostre certezze, ma non contiene una prospettiva per il futuro.

Sappiamo che i protagonisti dei cortei sono in larga misura giovani. Studenti delle scuole superiori e delle università, precari che spesso hanno un elevato livello di istruzione, figli di immigrati che si sentono minacciati da una società che li classifica come alieni anche se sono nati e cresciuti insieme ai nostri figli, frequentando le stesse aule e inseguendo le medesime piccole soddisfazioni. Dei buoni voti, un diploma che consenta di sperare in un futuro migliore rispetto a quello che hanno avuto i propri genitori, una felpa o un paio di scarpe che segnalino un progresso sulla strada del riconoscimento e della realizzazione di ambizioni che per altri sembrano un diritto di nascita. Che nelle strade di Parigi o di Milano questi giovani sfilino fianco a fianco con compagni che hanno nomi e cognomi italiani, e che sono turbati da altre inquietudini, appare scandaloso perché viola una premessa del nostro modo di vivere negli ultimi decenni, quella che ciascuno persegue il proprio interesse individuale, che la solidarietà non è che un difetto del carattere che la dura scuola della vita è destinata a curare.

Non riusciamo a concepire che a tenere insieme i lunghi cortei che attraversano le nostre città sia la consapevolezza - che in alcuni è forse più distinta, in altri non è ancora messa a fuoco - che le promesse del modello sociale che si è imposto dopo il 1989 si stanno rivelando menzognere. Che non è vero che basta essere ubbidienti, flessibili e disposti al sacrificio, per ricevere il premio agognato. Un’economia che si regge soltanto sulla competizione ha bisogno di vincitori e vinti, e da qualche tempo è chiaro che i primi sono sempre meno e i secondi crescono a vista d’occhio.

Negli ultimi tre anni molti dei partecipanti ai cortei di oggi hanno assistito allo smantellamento quotidiano, e via via più brutale, di una cornice di valori e pratiche che erano stati educati a ritenere come stabile e indiscutibile.

La meritocrazia, l’equità del mercato, la tutela dell’ambiente e il rispetto delle regole a tutti i livelli, dalla scuola ai rapporti tra le nazioni, improvvisamente hanno perso la propria cogenza, e sono stati sostituiti dalla prepotenza dei forti, e dal premio per i conformisti. Giorno dopo giorno hanno assistito al massacro dei civili a Gaza. Quando, in buona fede e in linea con ciò che avevano imparato, hanno provato a dire “non è giusto, non è umano” si sono scontrati con un muro fatto di negazione della realtà, accuse infamanti, e infine repressione. Una reazione sempre più rabbiosa che sovente viene proprio da coloro che avevano rivendicato il manto dell’antifascismo e della libertà, mentre chi del fascismo rivendica l’eredità sorride compiaciuto.

Nelle ultime settimane questa reazione sta accelerando e diventando più brutale perché a fianco della protesta pacifica è emerso un nuovo fenomeno, non privo di precedenti storici, ma al quale classi dirigenti in crisi di legittimità non sono in grado di far fronte senza ricorrere a metodi ancora più repressivi. Ai margini delle nostre società si sono fatti avanti ribelli che non hanno un’ideologia o un programma politico, ma che hanno introiettato in maniera ingenua l’idea che il valore di una persona si misura da quello che ha, e hanno colto l’occasione per raccogliere senza chiedere il permesso gli avanzi di un pranzo cui nessuno li aveva invitati. Sono gli stessi che nelle strade del lusso si facevano foto davanti ad automobili che probabilmente non potranno mai permettersi. Fino a quando hanno interpretato quel ruolo, di spettatori pieni di ammirazione, erano tollerabili. Rompendo le vetrine hanno tentato di superare un confine che viene difeso come sacro.

Se c’è una cosa che la storia ci insegna è che esorcizzare gli spettri può avere costi altissimi per la libertà di ciascuno. Perché una volta che è stata lanciata la caccia al “nemico interno” nessuno può ritenersi del tutto al sicuro. Oggi il nemico è un ricercatore precario figlio di immigrati, domani potrebbe essere lo studente o il giornalista che fa domande inopportune, o il lavoratore che rivendica il rispetto che si dovrebbe a qualunque essere umano. Una società che volesse evitare di rivivere le tragedie del passato dovrebbe essere capace di imparare dai propri errori, ma per farlo la sua classe dirigente dovrebbe superare la paura dei fantasmi.