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di Alessandra Codeluppi

Il Resto del Carlino, 18 febbraio 2025

II dipartimento dell’amministrazione penitenziaria fa ricorso, ma viene rigettato. Vi è un ulteriore strascico nella battaglia di un uomo detenuto nel carcere di Parma che aveva chiesto e ottenuto dal magistrato di sorveglianza competente di Reggio, Elena Bianchi, di poter avere “colloqui intimi” con la moglie. Lui è un 44enne di Napoli, condannato per reati aggravati dal metodo mafioso, vicino al clan dei Casalesi, in particolare al boss Francesco Schiavone detto “Sandokan”: aveva domandato l’anno scorso di poter avere incontri sessuali con la coniuge, in assenza della polizia penitenziaria. La direzione del carcere di Parma aveva detto no, dicendo di essere in attesa di istruzioni dagli uffici superiori sulle modalità per concretizzare i colloqui intimi.

L’avvocato Pina Di Credico si era opposta alla decisione contraria, vedendo accolto il 7 febbraio proprio reclamo. Il legale si era appellata alla sentenza della Corte costituzionale del 26 gennaio 2024 secondo cui questi incontri sono espressione del diritto all’affettività con le persone stabilmente legate. E non possono essere negati salvo ragioni di sicurezza, di disciplina o di iter giudiziario. Il magistrato Bianchi aveva accolto la richiesta del legale, intimando alla struttura penitenziaria di Parma di attrezzarsi entro 60 giorni perché il detenuto potesse incontrare la coniuge, predisponendo uno spazio ad hoc, senza occhi a sorvegliare.

Ma non è finita qui. Il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha presentato il 13 febbraio un’istanza per chiedere la sospensione dell’ordinanza. È stata addotta la pericolosità sociale del detenuto, emersa da una nota della Dda di Napoli, datata 2022, non presente agli atti, dove “non si escludeva che lui potesse ancora intrattenere collegamenti con l’organizzazione criminale”. Il magistrato Bianchi ha confermato la propria decisione, ribattendo che quel documento non rispecchia la situazione attuale del detenuto. Ha fatto riferimento a una recente relazione datata 22 gennaio: “Non soltanto ha tenuto una condotta intramuraria corretta, ma ha svolto un lungo percorso di riflessione e di analisi grazie agli operatori che lo hanno seguito nell’opera di cambiamento.

Ha anche pensato di collaborare con la giustizia, affrontando l’argomento”. Strada che poi non ha intrapreso: “Una volta chiuso col suo passato, era ormai trascorso molto tempo dai fatti commessi”. Si ribadisce che “è consapevole del disvalore delle azioni illecite compiute, prova un sincero pentimento e fa un versamento periodico sul fondo per le vittime di mafia”. “Ritengo si tratti di un disperato tentativo di porre freno a un precedente importante - dichiara l’avvocato Di Credico - Mi auguro che la risposta del magistrato di sorveglianza costituisca un monito per il Dap e che la presunta e non meglio dimostrata pericolosità del detenuto non sia utilizzata come base legale per il diniego delle prossime richieste di colloqui intimi”.