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di Viola Giannoli

La Repubblica, 13 febbraio 2025

Due sentenze di due magistrati di sorveglianza autorizzano i colloqui intimi senza il controllo della polizia penitenziaria. Sono i primi casi dopo la sentenza della Consulta che ha dichiarato illegittimo il divieto all’affettività in prigione. Nel carcere di Parma e in quello di Terni si potrà fare l’amore dietro le sbarre. Un diritto a lungo negato e che ora sarà garantito con la promessa del rispetto della privacy, lontano dagli occhi della sorveglianza della polizia penitenziaria. A due detenuti di due diverse carceri italiane è stato accordato il permesso di fare colloqui intimi con le proprie compagne, mogli o fidanzate per avere anche rapporti sessuali. Si tratta dei primi due casi da quando, nel gennaio del 2024, una sentenza della Corte costituzionale ha dichiarato illegittima la contrarietà all’affettività e alla sessualità in carcere.

In particolare la Consulta ha bocciato quella parte della legge 26 del luglio 1975 che “non prevede che la persona detenuta possa essere ammessa a svolgere i colloqui con il coniuge, la parte dell’unione civile o la persona con lei stabilmente convivente, senza il controllo a vista del personale di custodia, quando, tenuto conto del comportamento della persona detenuta in carcere, non ostino ragioni di sicurezza o esigenze di mantenimento dell’ordine e della disciplina, né, riguardo all’imputato, ragioni giudiziarie”.

A muovere quella decisione era stato il caso di E.R., detenuto dal luglio 2019 nel carcere di Terni “in relazione a un cumulo di pene per tentato omicidio, furto aggravato, evasione e altro, con fine pena stabilito all’aprile 2026”.

Non potendo godere di permessi premio, per il detenuto sarebbe di fatto impossibile coltivare qualsiasi forma di affettività familiare o rapporti sessuali con la coniuge. E questo per il tribunale “si risolverebbe in una violenza fisica e morale sulla persona sottoposta a restrizione di libertà, peraltro con negativa incidenza su qualunque progetto di nuova genitorialità”.

Per questo a Terni, dopo il “no” da parte della direzione penitenziaria, il magistrato di sorveglianza di Spoleto ha ordinato al carcere di permettere al detenuto fidanzato i colloqui riservati, come racconta il Post.

Storia simile a Parma dove il recluso - un quarantaquattrenne campano vicino al clan dei Casalesi che si trova nel reparto di Alta sicurezza per una serie di reati tra i quali l’estorsione aggravata dal metodo mafioso - aveva fatto richiesta, assistito dall’avvocata Pina Di Credico, di incontrare sua moglie senza la sorveglianza della polizia a marzo del 2024, due mesi dopo la sentenza della Corte costituzionale. Quasi un anno dopo, il 7 febbraio scorso, il magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia ha emesso l’ordinanza. Sia a Terni che a Parma, le due carceri hanno due mesi di tempo per attrezzarsi ai colloqui intimi, individuando anzitutto uno spazio adeguato e senza sorveglianza.

La Corte costituzionale aveva ipotizzato che “le visite a tutela dell’affettività” si potessero svolgere “in unità abitative appositamente attrezzate all’interno degli istituti, organizzate per consentire la preparazione e la consumazione di pasti e riprodurre, per quanto possibile, un ambiente di tipo domestico. È comunque necessario - aggiungeva - che sia assicurata la riservatezza del locale di svolgimento dell’incontro, il quale, per consentire una piena manifestazione dell’affettività, deve essere sottratto non solo all’osservazione interna da parte del personale di custodia (che dunque vigilerà solo all’esterno), ma anche allo sguardo degli altri detenuti e di chi con loro colloquia”.

Terni e Parma faranno dunque da apripista perché dopo la sentenza della Consulta nulla più si era mosso. A Padova, nel carcere Due Palazzi era stato piantato dalle associazioni attive dietro le sbarre un seme di sperimentazione, subito stroncato dal governo che nel luglio scorso aveva bloccato la nascita di “stanze dell’amore” perché sosteneva che la costruzione di spazi per l’affettività fosse di competenza del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il ramo del ministero della Giustizia all’interno degli istituti penitenziari. E il Dap non si è mosso. Ora si riparte da qui. Da due sentenze. Da Terni e da Parma.