di Michele Gambirasi
Il Manifesto, 19 maggio 2026
In attesa della nuova udienza sarà liberato. La corte d’appello di Messina ha accolto l’istanza di revisione presentata dall’avvocata. La testimonianza chiave: “A bordo non c’era nessun equipaggio, è innocente”. Verrà liberato e avrà un processo di revisione Alaa Faraj, il cittadino libico condannato nel 2017 a trent’anni di carcere per concorso in omicidio plurimo e favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dalla corte d’appello di Catania. Faraj si trova nel carcere dell’Ucciardone di Palermo dal 2015, quando diciannovenne arrivò in Italia dopo aver attraversato il Mediterraneo su un barcone partito dalla Libia. La notte di ferragosto di quell’anno la barca fu soccorsa dalla marina militare e all’interno furono trovati i cadaveri di 49 migranti morti di asfissia durante il viaggio.
Così, appena sbarcato, Faraj venne portato in carcere, accusato di essere uno “scafista”, organizzatore di quel viaggio, e poi condannato insieme ad altri sette in un processo colmo di lacune e che i suoi difensori hanno descritto come “uno dei casi di ingiustizia più eclatanti e palesi d’Italia”. Una prima istanza di revisione era stata rigettata dai giudici l’anno scorso, mentre a dicembre scorso l’uomo è stato parzialmente graziato dal presidente della Repubblica, che ha cancellato undici anni e quattro mesi dei venti che gli rimangono da scontare.
Ora la corte d’appello di Messina ha dichiarato ammissibile l’istanza di revisione del processo presentata dalla sua avvocata, Cinzia Pecoraro, e sospeso l’esecuzione della pena in attesa del nuovo giudizio. Per cui Faraj lascerà il carcere e tornerà libero. L’istanza, si legge, è basata su “elementi nuovi che giungono a una ricostruzione originale e diametralmente opposta rispetto a quella verità dedotta in sentenza”. Ovvero che Faraj, come i suoi compagni, di quel viaggio maledetto fosse solo un passeggero tra gli altri, in una nave priva di equipaggio mandata verso il mare da trafficanti libici. L’elemento principale presentato dalla legale è la testimonianza del capitano della barca, che a inizio marzo davanti al pm e agli avvocati ha ripercorso i fatti di quella notte, “precisando più volte che non c’era nessun equipaggio”.
Nel colloquio, cristallizzato come incidente probatorio, l’uomo ha ripercorso tutte la fasi del viaggio, dalla partenza sulla spiaggia all’arrivo degli elicotteri che hanno individuato la barca in mare. A caricare fino all’inverosimile la nave, si legge, furono due persone, una delle quali si faceva chiamare “Miranda”: dopodiché seguirono i migranti per un tratto a bordo di un gommone, fingendosi pescatori, per poi tornare indietro. “Ma quindi c’era un equipaggio a bordo?”, gli viene chiesto. La risposta è secca:”No”. Faraj, insieme ad altre persone, si trovava seduto sopra il motore. Rispetto ai litigi che scoppiarono sulla barca durante il viaggio, la ricostruzione è che iniziarono per un motivo: lo spazio era troppo poco, le persone ammassate, l’aria mancava sempre di più. “Solo io” ha risposto il capitano alla domanda su chi fosse intervenuto per placare la situazione, nel timore peraltro che la nave stracolma si ribaltasse per il sommovimento.
Il racconto, ha scritto l’avvocata, coincide con tutto quello che Faraj ha scritto di quel viaggio in questi anni e pubblicato nel libro Perché ero ragazzo, edito da Sellerio. Concordano anche altre testimonianze di chi si trovava sul barcone, raccolte da Pecoraro nel corso degli anni. Elementi che fanno desumere la “piena estraneità” di Faraj da quanto gli è stato imputato, e per cui Pecoraro ha chiesto il proscioglimento. Il processo di revisione inizierà il nove ottobre e nel frattempo Faraj verrà liberato, tempo nel quale potrà anche sposarsi a giugno. Arrivato con il progetto di giocare a calcio in un club europeo, negli anni trascorsi in carcere si è diplomato, iscritto alla facoltà di Scienze politiche e a un corso da allenatore.











