di Marta Blumi Tripodi
Corriere della Sera, 18 maggio 2024
Neima Ezza ha 225 milioni di ascolti su Spotify: nelle canzoni racconta la malinconia di tanti cresciuti nei quartieri che definiamo “difficili”. “Quando ero ai domiciliari ho scritto un EP, è disco di platino”. Idee di un rapper tra i più seguiti della sua generazione. È un venerdì pomeriggio di marzo quando incontro Neima Ezza e nei giardinetti all’ombra dello stadio di San Siro il sole splende. Il Ramadan è ancora in pieno svolgimento e molti abitanti del quartiere - uno dei più multietnici di Milano: secondo il progetto Mapping San Siro del Politecnico il 45% è di origine straniera, con Marocco ed Egitto in testa alla classifica - sono appena usciti dalla moschea dopo la preghiera del venerdì.
Tra loro ci sono anche Neima Ezza e i suoi amici, che improvvisano una partitella a calcio in attesa di rompere il digiuno al tramonto. “Per me è un periodo di grande purificazione, metto in pausa tutto: prego, sto con la famiglia e rifletto su come migliorarmi” spiega Neima, vestito con una tunica bianca sopra la tuta da ginnastica di ordinanza, un cappellino Gucci e l’iconico borsello a tracolla. All’anagrafe Amine Ezzaroui, classe 2001, con 225 milioni di ascolti su Spotify è uno dei rapper più famosi della sua generazione. Ma la sua notorietà non è dovuta solo alla musica: per via delle sue radici, nelle news è spesso associato alle baby gang e ai cosiddetti “maranza”, termine dispregiativo che è una crasi tra marocchino e zanza, ladro. Eppure, contrariamente ai pregiudizi, le sue canzoni descrivono un mondo (soprattutto interiore) complesso e sfaccettato: degli espedienti criminali non fa apologia, ma un resoconto impietoso e puntuale perché, come dice con rammarico nel brano Bimbo in quartiere, “Il bimbo in quartiere sai cosa ha capito? / Che forse in ‘sti posti vince il più cattivo”. Arrivato a Milano a quattro anni, dove il padre già lavorava come ambulante, ha due sorelle: la minore, ancora una bambina, è affetta dalla sindrome di Rett, una grave disabilità motoria e cognitiva. Con la famiglia ha vissuto fino a pochi anni fa in un bilocale nelle ormai famigerate case popolari di San Siro. Piccolo Principe, uscito a gennaio 2024, per lui è l’album del riscatto dopo una vita complicatissima e qualche inciampo, anche giudiziario.
Il successo non ha reso i suoi testi più solari, però: c’è sempre una grande malinconia di fondo. Da cosa deriva?
“Pensavo che il successo mi avrebbe reso felice, ma avrò sempre un vuoto dentro. La mia infanzia è stata molto difficile: mi sono mancate anche le piccole gioie, come allenarmi a calcio o andare in gita scolastica, perché non c’erano le possibilità economiche. Quest’album è una lettera al piccolo Amine: gli racconto che migliaia di persone lo acclameranno ai suoi concerti, ma tutto ciò non basterà. Vorrei che i miei fan capissero che tutti i traguardi del mondo non possono rimpiazzare una vacanza spensierata da bambino con mamma, papà e le mie sorelle. Quelle cose non le riavrò mai. Però la mia vita è cambiata in meglio, e di questo ringrazio Dio ogni giorno. Fino a un paio di anni fa temevo che avrei fatto una bruttissima fine, che sarei finito a spacciare o a rubare. E invece... Il mio unico obbiettivo è fare stare bene la famiglia, permettere ai miei genitori di non sacrificarsi più”.
Suo padre lavora ancora al mercato?
“Ancora per poco, spero, anche se gli piace. Con lui spesso il rapporto è stato di alti e bassi, ma adesso andiamo finalmente d’accordo. All’inizio non era molto convinto della mia scelta di fare musica: forse voleva proteggermi, non si fidava tanto dell’ambiente dello spettacolo. Quando ha capito che avevo la testa sulle spalle e non mi sarei perso, però, si è tranquillizzato. Ho appena preso casa in un paese fuori Milano dove andavo con lui a fare i mercati da ragazzino: ai tempi mi stupiva la tranquillità della zona, non ci ero abituato. Avrei voluto venissero anche i miei genitori, ma preferiscono restare dove sono per via dei problemi di mia sorella: sono più vicini all’ospedale. Così sono andato via solo io, anche se torno ogni giorno a San Siro. Mi manca troppo”.
I giovani del quartiere sono da anni nel mirino dell’opinione pubblica, oggi più che mai, a giudicare dai toni di alcuni talk show. Cosa ne pensa?
“Oggi ce l’hanno coi maranza, un tempo coi punkabbestia o con la techno. Non prendo seriamente un certo tipo di tv e non mi riconosco nei personaggi che parlano in quelle trasmissioni: noi di seconda generazione siamo ragazzi normali”.
Le dà fastidio il termine “maranza”, non proprio lusinghiero?
“È solo una moda, ma sicuramente c’è un fondo di verità. Tanti di questi ragazzi esagerano, si crea un effetto alla “scemo e più scemo”: da una parte loro, dall’altra i moralisti televisivi... (ride) Ci sarebbe parecchio su cui lavorare. Per cominciare, bisognerebbe cercare di evitare che i bambini che stanno crescendo adesso prendano una brutta deriva. Dite che le periferie sono piene di maranza? Create centri educativi, campi da calcio, luoghi di aggregazione. Toglieteli dalla strada. Qui a San Siro ci sono madri, italiane e non, che dormono in cantina con i figli. Fate qualcosa. Oggi delle periferie si parla perché fanno notizia: a molti fa piacere se un ragazzo di seconda generazione viene arrestato”.
Neima Ezza: “Sì, chiamateci maranza. Ma in periferia ci sono madri che dormono in cantina con i figli”
Lei stesso, qualche anno fa, è stato protagonista di una nota vicenda di cronaca...
“I processi sono in corso, ma non ho fatto nulla di ciò di cui mi accusano, lo giuro su mia madre. Sono imputato per alcune rapine - roba di poco valore, tipo un telefono: oltretutto sarebbero avvenute in un periodo in cui avevo già un contratto discografico ed ero in studio a registrare. Avendo la coscienza pulita sono tranquillo, ma non si sa come andrà a finire”.
Come la fa sentire questa spada di Damocle giudiziaria?
“La affronto. Mi dà fastidio il fatto che chi dovrebbe pagare per quei reati probabilmente in questo momento è a spasso, però. È la prima volta che mi trovo in una situazione così grave, e tutto è cominciato con la storia di piazza Selinunte”.
Si riferisce alla sassaiola del 2021 scatenata dai suoi fan contro la polizia: c’era ancora qualche restrizione per il Covid e li aveva invitati via social a raggiungere lei e il rapper Baby Gang sul set di un video. Le forze dell’ordine erano intervenute in tenuta antisommossa per disperdere l’assembramento...
“Nella mia testa era solo un invito a incontrarci in piazza: non volevo creare disordini. Qualche mese dopo quella vicenda, sono arrivate le accuse di rapina. Ho passato settimane agli arresti domiciliari, ma anziché infuriarmi o deprimermi, mi sono sfogato registrando un EP in casa. Oggi è disco di platino: da una situazione orrenda è uscito qualcosa di molto bello”.
L’album Piccolo Principe, come la sua vita, è fatto di contrasti. Ninna nanna è un brano molto tenero, dedicato a un ipotetico figlio.
“Io non sono papà, ma vorrei diventarlo da giovane, per dare a mio figlio (o figlia) tutto ciò che non ho avuto. Ho sempre sognato una vita tranquilla: una casa, una moglie, le vacanze in Marocco, i compleanni festeggiati al ristorante”.
Per contro Nati senza, l’ultima traccia, è uno sfogo straziante in cui parla dei suoi momenti più bui, tra cui la malattia di sua sorella. In passato un’altra sua canzone sul tema era stata usata in modo irrispettoso su TikTok. Non ha avuto un po’ paura a rifarlo?
“Cerco sempre di tutelare il più possibile la mia vita privata: so benissimo che non sono tutti buoni. Era già capitato che qualcuno aprisse un account fake e mi riempisse di insulti su mia sorella. Ma sentivo il bisogno di spiegare da dove vengo. Per fortuna lei non saprà mai nulla di tutto questo, perché non può capire. Oggi è felice, ma ci sono stati momenti difficili: da piccola urlava tutta la notte e, siccome la casa era minuscola, mio padre si portava le coperte e i cuscini in furgone e dormiva lì. Raccontando episodi così personali, come in passato ha fatto Marracash con la sua musica, spero di trasmettere qualcosa agli altri”.
Mentre era ai domiciliari, tra l’altro, Marracash incluse il messaggio “Free Neima” nel suo video ∞ Love. Cosa ha provato quando l’ha visto?
“Un’enorme gratitudine. Non è da tutti esporsi così: poteva andare a perderci, visti i reati di cui mi accusavano. Probabilmente sapeva che, nel bene e nel male, non siamo i mostri che tutti dipingono”.











