di Fulvio Fulvi
Avvenire, 27 agosto 2022
Con un sacchetto in testa, una cintura o un laccio stretto intorno al collo, inalando il gas di un fornello oppure con una lametta da barba per recidere le vene dei polsi. Sembra impossibile morire così dietro le sbarre. Dovrebbero esserci controlli e prevenzione.
Eppure, fino a ieri, erano 56 i detenuti che dall’inizio dell’anno sono riusciti nel loro disperato intento. Un numero impressionante se si pensa che nel 2021 i suicidi in carcere sono stati 57 e nel 2020, con la pandemia, 61.
E giovedì scorso è stata una “giornata nera”, con due morti che si potevano evitare. Nella casa Circondariale di Caltagirone, in Sicilia, Simone Melardi, 44 anni, di Catania, si è impiccato nella sua cella. Era accusato di aver rubato un telefonino e un portafoglio al botteghino del Teatro Massimo della città etnea. La refurtiva era stata subito restituita al legittimo proprietario ma il ladro è stato colto in flagrante e per lui sono scattate le manette.
Melardi sarebbe dovuto entrare in una Cta (Comunità Terapeutica Assistita) perché, secondo i medici, era affetto da disturbi della personalità e abusava di alcolici. Per questo in carcere era sottoposto al regime della “grande sorveglianza” per impedire e prevenire episodi di autolesionismo. Ma è riuscito lo stesso a compire l’insano gesto senza che nessuno se ne accorgesse. La sua famiglia ha presentato un esposto alle autorità giudiziarie affinché si accerti “se vi sono state negligenze da parte del personale dell’istituto penale”.
L’altra tragedia si è consumata nel carcere di Vocabolo Sabbione a Terni, dove un recluso di origini marocchine si è tagliato le vene con una lametta. Aveva 49 anni. Un secondino ha visto del sangue sul pavimento ed è subito intervenuto chiamando il medico di guardia.
Ma il detenuto era in fin di vita e a nulla è servito il suo trasporto al “Santa Maria”: è spirato lungo il tragitto in ambulanza, tra le braccia degli infermieri. Intanto il Sappe (Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria) ricorda che a Terni “un altro agente è stato aggredito per futili motivi da un detenuto in alta sicurezza ed è riuscito a divincolarsi solo per l’intervento di un altro detenuto”.
Un suicidio invece è stato sventato a Regina Coeli. Di notte, in una cella, due detenuti sentono il rumore di una sedia che cade e si svegliano: il loro compagno di branda pendeva dalla finestra con un cappio al collo. L’hanno soccorso e rianimato, uno di loro si è anche ferito a una mano. Ma sono riusciti a salvargli la vita.
Sovraffollamento, infiltrazioni d’acqua, scarsa igiene, cimici e calcinacci, carenza di personale, gruppi criminali interni che minacciano e ricattano detenuti e agenti. A Sollicciano, Firenze, il carcere è nel degrado più assoluto e il segretario generale del Spp (Sindacato Polizia Penitenziaria), Aldo Di Giacomo, ha deciso di cominciare qui uno sciopero della fame: “Voglio sensibilizzare le istituzioni e la politica sul mondo carcerario ha spiegato perché mai come negli ultimi 20 anni, a Sollicciano e nel resto degli istituti di pena italiani, la situazione è stata così drammatica: il numero dei suicidi è il più alto dal 1995”.
Uno sciopero della fame è stato proclamato anche dalle detenute delle Vallette di Torino: “Sarà a staffetta e durerà fino al giorno delle elezioni, il 25 settembre” hanno scritto in una lettera intitolata “Il vero crimine è stare con le mani in mano”.
Le recluse vogliono esprimere la solidarietà a chi, “solo, dentro una cella bollente”, si è tolto la vita in carcere, “lo sdegno e il dissenso per il menefreghismo di una certa politica e delle istituzioni”.










