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di Giulia Merlo

Il Domani, 27 aprile 2022

La riforma dell’ordinamento giudiziario è stata approvata alla Camera con 328 voti favorevoli: la maggioranza ha tenuto fede agli accordi e la prossima settimana il testo arriverà in Senato per il via libera finale. “Tutto è perfettibile, ma questa è la riforma migliore possibile”, ha detto la ministra della Giustizia, Marta Cartabia. Il governo spera che non ci sia bisogno della fiducia, come ha auspicato il sottosegretario alla Giustizia Francesco Paolo Sisto che si è detto “convinto della lealtà delle forze di maggioranza”.

Tuttavia, non è detto non possano sorgere nuove tensioni: la senatrice Giulia Bongiorno ha sempre detto che il testo potrebbe essere migliorato e la Lega, al momento della dichiarazione favorevole di voto, ha detto che alcune modifiche verranno riproposte al Senato. In questo caso - anche se dal ministero della Giustizia l’ipotesi viene assolutamente esclusa - l’unica strada sarebbe quella della fiducia. Anche perché la riforma è a tutti gli effetti una corsa contro il tempo: a luglio si dovrà eleggere il nuovo Consiglio superiore della magistratura e, per farlo con la nuova legge elettorale, il testo deve essere approvato (anche con il decreto che ridisegna i collegi elettorali) entro maggio.

Intanto, però, la ministra Marta Cartabia incassa il successo della Camera dopo un difficile iter di limatura del testo per venire incontro ai fastidi della maggioranza. A Montecitorio tutto è andato secondo pronostico: gli unici a muoversi contro le indicazioni di maggioranza sono stati di deputati di Italia Viva, che hanno votato a favore di tutti gli ordini del giorno presentati contro il parere del governo, compresi quelli di Fratelli d’Italia. Al momento del voto finale, invece, si sono astenuti definendola, per bocca di Cosimo Ferri, una “riforma inutile, una scorciatoia”.

Se tutto andrà come previsto, quindi, la guardasigilli avrà rispettato le promesse del Pnrr, che prevedevano l’approvazione delle tre riforme: penale, civile e ordinamento giudiziario, di cui ora andranno redatti i decreti attuativi.

Il ddl interviene in modo sostanziale su alcuni dei temi più delicati nel rapporto tra magistratura e politica e dovrebbe risolvere il problema del cosiddetto “correntismo” - l’interferenza dei gruppi associativi nel condizionare le elezioni del Csm e delle nomine ai vertici degli uffici direttivi - esploso con il caso Palamara.

I punti salienti riguardano lo stop alle porte girevoli tra magistratura e politica: i magistrati che si candidano in politica, una volta eletti e svolto il loro mandato, non potranno più tornare ad esercitare funzioni giurisdizionali ma lavoreranno presso i ministeri; i magistrati non eletti non potranno svolgere la professione nel territorio in cui si sono candidati; i magistrati chiamati in ruoli tecnici (come i gabinetti dei ministeri) rimarranno invece fuori ruolo un anno e non potranno candidarsi a ruoli dirigenziali per tre.

Per limitare il correntismo, vengono previste una serie di regole per il Csm: basta con le nomine “a pacchetto” (salvo alcune eccezioni), ma gli uffici vacanti andranno coperti in ordine cronologico; maggiore pubblicità sul vaglio dei candidati che devono essere tutti ascoltati in commissione; i criteri per le nomine vengono riordinati in via legislativa mentre ora vengono elencati in circolari interne del Csm. Inoltre, i membri della commissione Incarichi direttivi saranno incompatibili con la presenza anche nella sezione disciplinare.

Inoltre, la nuova legge elettorale del Csm dovrebbe limitare l’influsso dei gruppi associativi attraverso un meccanismo di tipo maggioritario binominale con correttivo proporzionale e il ridisegno dei collegi elettorali. Inizialmente, su proposta della Lega, era stato inserito il sorteggio delle corti d’appello da comprendere nei collegi ma la norma è poi stata eliminata dal testo finale. Inoltre, il Csm passa dai 27 membri attuali a 33: 20 togati, 10 laici e 3 membri di diritto (presidente della Repubblica, procuratore generale e primo presidente di Cassazione).

Tra le norme più contestate dai magistrati ci sono l’introduzione del voto agli avvocati (unitario e solo sulla base delle segnalazioni degli iscritti al consiglio dell’ordine) nei consigli giudiziari che valutano la professionalità delle toghe; il passaggio di funzioni da requirente a giudicante ridotto a una sola volta nella carriera ed entro i dieci anni dall’inizio della professione e l’introduzione del fascicolo personale del magistrato che viene implementato ogni anno (invece che ogni quattro) seguendo anche l’iter dei vari provvedimenti.

Alla riforma si è fortemente opposta l’Associazione nazionale magistrati, che sta valutando di indire uno sciopero, proprio come era già stato fatto anche per la precedente riforma dell’ordinamento giudiziario del 2006 targata governo Berlusconi.

La decisione definitiva verrà presa in una assemblea straordinaria indetta per il 30 aprile: le critiche principali, indicate dal presidente Giuseppe Santalucia, sono “una organizzazione gerarchica che contrasta coi valori costituzionali” e l’utilizzo “della leva del disciplinare per inibire i magistrati”. La volontà di sciopero è molto forte a livello territoriale ed è stata promossa da molte articolazioni locali dell’Anm - da Nola a Busto Arsizio - mentre dubbi maggiori sembrano essere sorti a livello centrale. La riforma viene unanimemente considerata vessatoria e controproducente, ma le critiche riguardano la strategia del sindacato delle toghe. Dopo le pesanti critiche di Magistratura democratica alla gestione dell’Anm da parte di Santalucia, definita “timida e intempestiva”, anche Nino Di Matteo ha espresso dubbi. “I cittadini non capirebbero lo sciopero: i magistrati devono avere il coraggio di spiegare i profili pericolosi della riforma. Non possiamo scaricare sui cittadini un ulteriore fattore di disservizio”, ha detto al Gr Rai nei giorni scorsi.

L’effetto di uno sciopero, infatti, sarebbe per lo più inutile: l’accordo politico sul testo sembra blindato e da via Arenula non trapelano aperture sulla possibilità di rimettere mano al ddl per venire incontro alle istanze delle toghe. Il problema riguarda anche i tempi dell’iniziativa: lo sciopero, infatti, rischia di essere indetto dopo il via libera definitivo alla riforma.