di Marco Gervasoni
huffingtonpost.it, 22 settembre 2024
La rivolta alle parole dell’europarlamentare dimostrano l’imbarbarimento del dibattito. Il carcere moderno (con le migliori intenzioni) nasce con illuminismo e liberalismo, e diventa discarica che produce illegalità. Brevi appunti per la destra (e pure la sinistra). Povera Ilaria Salis. Ogni qual volta interviene su un tema, deve sopportare, oltre al profluvio di insulti da destra, dove la odiano perché ha osato sfidare il loro campione Viktor Orbán, anche le reprimende di meno numerosi, ma altrettanto fastidiosi, self proclaimed liberali e riformisti. Eppure l’europarlamentare di estrema sinistra tocca spesso temi rilevanti, peraltro con un lessico più sofisticato dei suoi colleghi, sia pure connotato da un eccesso di sinistrese.
Sul caso del processo a Matteo Salvini, per esempio, ha avanzato argomentazioni tra le più sensate che abbia ascoltato: mentre tutti a sinistra auspicano la galera per Salvini (la stessa che peraltro egli invoca contro i tre quarti dell’umanità), per Salis la questione dirimente non è quella, al leghista potranno infliggere pure l’ergastolo, ma non cambierà nulla, se poi i disperati continueranno a morire in mare per mano di ministri che, invece, la legalità la rispettano.
Proprio sulla questione delle carceri, Salis è tornata nel mirino per una sua affermazione, accolta come una bestemmia, cioè che il carcere, come istituzione, sarebbe razzista e classista. E che bisognerebbe sperimentare le alternative alle prigioni.
Che queste affermazioni siano state accolte con la bava alla bocca è il segno dell’imbarbarimento del dibattito pubblico italiano. Salis infatti ha espresso giudizi che, fino a qualche anno fa, erano scontati.
Che il carcere sia una istituzione razzista e classista, cioè che in essa ci finiscano soprattutto poveri, underclass, sottoproletariato, classi popolari e ovviamente immigrati, è una affermazione talmente ovvia, per chi abbia anche solo una sommaria conoscenza della storia contemporanea, che non metterebbe neppure conto argomentarla. Eppure si deve.
Il carcere moderno come istituzione è figlio dell’illuminismo e del liberalismo, della Rivoluzione americana e di quella francese. Prima di allora esistevano le prigioni, ma erano destinate soprattutto ai membri delle élite ostili al potere politico o ecclesiastico. Le classi popolari non vi finivano dentro se non per periodi molto brevi, dopo di che erano vieppiù soppresse con la pena capitale, deportate nelle colonie, arruolate a forza nell’esercito, spedite nelle galere, navi apposite da cui poi il nome, o anche semplicemente lasciate fuggire, visto che lo Stato di ancien régime non era così chirurgico e pervasivo come lo Stato contemporaneo.
Con l’illuminismo, il liberalismo e la società borghese, l’intento è progressista e umanitario. Il carcere deve diventare educativo e formare il cittadino modello, per questo deve essere fondato sull’isolamento e sul controllo. Il filosofo radicale, un liberale di sinistra, l’inglese Jeremy Bentham, elabora il “Panopticon”, un modello di prigione che consenta in ogni momento ai carcerieri-educatori di vedere e controllare i rei, ma i primi penitenziari nascono negli Stati Uniti a cavallo tra XVIII e XIX secolo, e sono caratterizzati da tre elementi: isolamento del prigioniero, lavori forzati e rieducazione. Non a caso le prigioni moderne prendono appunto il nome di “penitenziari”, cioè luoghi di pena. Ѐ la pena che deve redimere: una secolarizzazione del principio teologico cristiano. L’obiettivo primario del carcere è in realtà quello di “sorvegliare e punire”, per citare il titolo di un classico libro - uno dei classici della filosofia politica del XX secolo - di Michel Foucault. Ed educare il corpo e la mente alla rispettabilità borghese, non a caso l’istituzione carcere nasce e si evolve in parallelo con quella dell’ospedale psichiatrico.
Dalla nobiltà di intenti dell’illuminismo e del liberalismo borghese, la discesa nella prassi fu più cruda: nei penitenziari finirono soprattutto le classi popolari che, con la rivoluzione industriale, erano diventate “classi pericolose”. E, nei paesi con già una forte presenza di immigrazione, Stati Uniti, Canada, Sud America e Francia, gli immigrati, tra cui numerosi italiani, più ovviamente gli afro-americani in Usa. Quanto all’obiettivo rieducativo, gli studi sulle carceri, già a metà Ottocento, si resero conto che, anziché rieducare e creare il cittadino (borghese) modello, i penitenziari producevano illegalità: e uno usciva assai più “criminale” di quanto non fosse entrato, così come gli ospedali psichiatrici producevano un incremento della “alienazione” mentale, cioè della follia, come era chiamata allora. E tuttavia, controllo sociale oblige, la necessità di edificare sempre più carceri, sempre più enormi e sempre più isolati.
L’Italia non sfuggì a questo destino: nonostante, con il Codice penale Zanardelli, il Regno d’Italia fosse sulla carta uno dei più civili (e il primo tra i grandi paesi europei ad abolire la pena di morte) il carcere vi divenne il principale strumento di controllo sociale. Tanto che gli antifascisti finiti nella galera fascista, che ereditò il modello del precedente regime liberale, da Antonio Gramsci in giù, confessarono di avere conosciuto il vero popolo solo nelle celle: e non è che prima, da socialisti e comunisti, frequentassero contesse, anche perché altrimenti non sarebbero finiti in galera.
Si dirà che oggi le classi popolari non sono più classi pericolose. Eppure, dati alla mano, negli Stati Uniti la popolazione carceraria è in costante aumento rispetto ai decenni precedenti, come spiegava già nel 2006 Lucia Re in Carcere e globalizzazione. Il boom penitenziario negli Stati Uniti e in Europa (Laterza) e a finire in galera sono sempre i soliti: underclass, immigrati, poveri, afroamericani. Il classico volume di Jeffrey Reiman e Paul Leighton, The Rich Get Richer and the Poor Get Prison: Thinking Critically About Class and Criminal Justice, uscito la prima volta nel 1974, è giunto oggi alle tredicesima edizione, sempre rinnovata con nuovi dati.
Che il carcere fosse una istituzione classista, lo sapevano però pure i costituenti, che si posero il problema, tra questi Piero Calamandrei, che vi dedicò molti interventi, gli avvocati socialisti, guidati da Giuliano Vassalli, che negli anni Cinquanta e Sessanta difendevano gratuitamente operai e contadini sbattuti in galera per un niente, i giovani magistrati (per lo più vicini al Psi) che, sempre negli anni Sessanta, fondarono Magistratura democratica, i segretari socialisti come Giacomo Mancini e Bettino Craxi e tanti giuristi, tra cui ricordiamo anche il nonno materno di Elly Schein, Agostino Viviani, parlamentare del Psi tra il 1972 e il 1979; e infine, sia pure con ritardo, gli esponenti del Pci.
Li abbiamo lasciati per ultimi, i radicali di Marco Pannella ma, nella classe politica dell’Italia repubblicana, sono stati quelli che, sul carcere, si sono più impegnati con l’anima e ancor più con il corpo, e Pannella fino a pochi giorni prima di morire. E che ottennero, pur dall’opposizione e con la loro estremamente esigua forza parlamentare, aiutati dai socialisti di Craxi, i più rilevanti miglioramenti nella legislazione carceriera.
Che però, in Italia, resta un obbrobrio, certificato dai dati, e dai fatti di cronaca. Con in più, a peggiorare la situazione, un governo e una maggioranza che, ogni giorno, aggiungono un reato nuovo, da punire con “pena esemplare” con il carcere, vedi il delirante nuovo disegno di legge “sicurezza”. Quanto ai carcerati, per lo più immigrati e poveri, come dice giustamente Salis, che si impiccano, vengono ammazzati o addirittura muoiono bruciati vivi, l’unica proposta concreta proveniente dal governo è: costruire più penitenziari. Ma mancano i soldi pubblici, e non vorremo che a qualcuno venissero in mente le prigioni gestite da privati, come negli Usa, in cui le condizioni di detenzione sono ancora più da incubo.
A sinistra, il tema non pare interessare. Ogni tanto si alza qualche timido esponente a proporre un indulto, necessario ma dagli effetti transeunti. C’è il timore di spaventare l’elettorato, anche quello di sinistra, una parte del quale vorrebbe sempre più manette e ceppi, ma c’è anche una radice culturale, visibile ancora oggi quando si invoca la galera per l’avversario politico - che beninteso, il più delle volte, codice penale alla mano, se la merita.
In un libro di un paio di anni fa, edito da ChiareLettere, Luigi Manconi, assieme ad altri autori, lanciò la proposta: e se provassimo ad abolire il carcere? Il volume non mi pare abbia avuto però troppa fortuna, visto che nel campo stesso di Manconi, la sinistra appunto, il carcere dopotutto non dispiace, purché ci finiscano anche i colletti bianchi e Salvini. Ma se, proprio abolire i penitenziari non pare realistico, pensiamo a forme detentive alternative e ispiriamoci a modelli più civili, come quelli scandinavi. E ricordiamoci di un fortunato slogan del Labour di Tony Blair “colpire il crimine, ma colpire soprattutto le cause del crimine”.










