di Barbara Stefanelli
Corriere della Sera, 14 marzo 2025
È un meccanismo di comunicazione antico, e si ripresenta aggiornato alle nuove tribù. Chiama alla rappresaglia serrando i ranghi: reagite, votatemi, io vi difenderò. Genera caos, non futuro e l’Europa è l’unico antidoto ai veleni di chi vorrebbe regnare con la paura. La strategia comune alle nuove destre radicali, compresa quella al comando degli Stati Uniti d’America dal 20 gennaio 2025, è la vittimizzazione. Dire, martellare, gridare al proprio elettorato: approfittano della nostra generosità! Si presentano in felpa allo Studio Ovale (Zelensky)! Non ci hanno mai detto grazie! Ci fanno pagare di più le merci! Si mangiano i nostri gatti (l’allora candidato Donald Trump sugli immigrati in Ohio)! Ne discendono sdegno, rabbia, infine indifferenza (sentita come assolutamente giustificata) per i mondi disallineati. Non avrà rivali il leader che alzi la voce oltre il borbottio e prometta una controinsorgenza schiaccia “colpevoli” - controinsorgenza politica ed economica, certo, ma puntellata di dazi anche emotivi. Stravincerà.
L’intuizione e l’interpretazione in questi termini di quanto sta accadendo - da Washington verso Kiev, oltrepassando Bruxelles - sono state proposte da Paolo Giordano nella riflessione pubblicata sul Corriere di lunedì 3 marzo. Lo scrittore ed editorialista ha concentrato il suo sguardo su questo meccanismo implacabile, che funziona dall’alba dell’umanità e si ripresenta aggiornato alle nuove tribù. Reagite, votatemi, io vi difenderò dai non-amici e da eventuali rimorsi.
Questa vittimizzazione funzionale, che chiama alla rappresaglia serrando i ranghi, è aliena al progressismo. “Per costituzione”, scrive Giordano, e la parola potrebbe funzionare con la “c” maiuscola: non era nel Dna d’origine, non c’è nella Legge. Per continuare il ragionamento, potremmo chiederci chi - al centro e a sinistra - non ha voluto votare Kamala Harris nonostante fosse prevedibile il sisma del Trump II. Interrogandoci, mettiamo tra parentesi i gravi limiti della campagna elettorale del Partito democratico, passato in modo maldestro dall’asfittico Joe Biden alla vicepresidente, in ombra fino alla sera prima. Consideriamo qui l’insuccesso di una candidatura che sarebbe comunque risultata debole davanti all’avanzare delle truppe MAGA e alla fiammeggiante promessa di “rifare grande l’America”.
Kamala Harris non ha convinto chi vedeva in lei un riverbero delle proteste nei campus, della proliferazione dei pronomi e delle porte nei bagni, delle identità di genere o dei nemici giurati di Israele. Sull’argine opposto, non ha convinto chi la vedeva troppo poco sensibile alle proteste nei campus, troppo binaria e limitata nell’uso dei pronomi, troppo incerta nel riconoscimento di identità e orientamenti sessuali, troppo tiepida sulla causa palestinese. L’aspirante presidente democratica è rimasta in mezzo; una parte del suo elettorato potenziale è rimasta a casa. A rimuginare. Chi in nome di vecchi valori astratti socialdemocratici; chi in nome dei radicalismi contemporanei.
Un caso da manuale che ha spianato la strada a Trump, Vance, Musk & Thiel e illuminato il precipizio su cui sono affacciate le democrazie che fanno leva sul compromesso: non importa se governate più a centrosinistra o più a centrodestra, in ogni caso minacciate dalle spallate di chi prospetta soluzioni istantanee. Come “la pace in 24ore” sul fronte orientale o ritorni “a casa”, al presunto Eldorado della tradizione, sul fronte interno. Il punto, come ha scritto Alessandra Stanley su Air Mail (la spettacolare newsletter settimanale lanciata nel 2019 da Graydon Carter, oltre 300 mila abbonati), è che alle articolazioni di Diversità, Equità, Inclusione (la “famigerata” D.E.I., in dismissione globale) si è sostituito il paradigma L.O.O., Lealtà-Obbedienza-Ossequio. L’obbedienza batte sicuramente in velocità la competenza, la lealtà bendata sicuramente lo scrutinio degli zero virgola nei test meritocratici.
In un passaggio critico come questo, nazionale e internazionale, è tornato a risuonare il richiamo draghiano “whatever it takes”. A qualunque costo. Faremo “tutto quel che serve” per uscirne. Buttiamo ai rovi le stampelle dell’abitudine, disconosciamo la virtù dell’indugiare, resistiamo alla tentazione di pescare pure noi “identità” nel laghetto, ormai stagno, dei vittimismi paralleli destinati a non incontrarsi mai. Lasciamo questa tattica ai sovranisti. Genera caos, non futuro. L’Europa allargata e riunita - complessa, contraddittoria, in tensione e movimento costante - è, in sé, l’antidoto ai veleni di chi vorrebbe regnare con la paura: separando, spintonando, spaventando.











