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di Giunta e Osservatorio Carcere UCPI

camerepenali.it, 10 luglio 2026

La cinica risposta del Prap Toscana e l’esigenza di far posto ai nuovi giunti nelle carceri sovraffollate. La nota emanata dal Provveditorato Regionale dell’Amministrazione Penitenziaria per la Toscana rappresenta un documento di drammatica e conclamata ferocia, una dichiarazione di resa che certifica il crollo strutturale del sistema carcerario, la codificazione burocratica di un trattamento che calpesta i diritti umani fondamentali. Il sequestro e l’improvvisa chiusura, per gravi carenze igienico-sanitarie, di ben sette sezioni del carcere di Sollicciano a Firenze hanno costretto l’amministrazione a redistribuire centinaia di reclusi in un territorio già saturo.

Di fronte all’inerzia istituzionale e alla mancata volontà di attenuare la patologica condizione di emergenza dei nostri istituti attraverso l’attivazione di percorsi di deflazione giuridica, arriva dal Prap Toscana l’ordine perentorio di stipare i corpi oltre ogni limite ragionevole, autorizzando esplicitamente, come soluzione estrema, la collocazione di brande o materassi direttamente sul pavimento delle celle. Ammassati, l’uno sopra l’altro.

Così si svela la sostanziale accettazione di un’insopportabile compressione dei minimi requisiti di vivibilità di cui ogni individuo avrebbe diritto e si accetta che un essere umano possa dormire a terra, in spazi ristretti, umidi e sovraffollati, trasformando la detenzione in una punizione corporale degradante. La circolare tenta di schermare tale abuso dietro l’ipocrita veste di misura assolutamente provvisoria, ma nella realtà penitenziaria la provvisorietà è la formula retorica usata per normalizzare il degrado e una condizione inumana permanente.

Oltre alla conclamata violazione dei diritti, si intravede la disperazione silenziosa e profonda di chi, in prima linea, il carcere è chiamato a gestirlo. Dietro il rifiuto formale di alcune Direzioni di accettare nuovi arrestati per mancanza di posti si consuma il dramma morale e professionale di funzionari pubblici e comandanti di Polizia Penitenziaria posti nella condizione di operare una scelta e di sopportarne le responsabilità, divisi tra l’obbligo di accogliere chi è privato della libertà dall’autorità giudiziaria e la consapevolezza che ogni ingresso in più in reparti già esplosivi rappresenta una ulteriore violazione dei diritti umani e delle elementari regole di sicurezza, alimentando il rischio di rivolte, o atti di autolesionismo.

Invece di proteggerli, l’amministrazione centrale azzera la facoltà di denunciare l’impossibilità fisica della ricezione, imponendo di basarsi sui dati astratti di un applicativo informatico, (peraltro tarato sui 3 mq pro capite senza sottrarre letti e arredi fissi, in spregio alle direttive Cedu e alla giurisprudenza di legittimità interna e sovranazionale), per andare persino oltre l’evidenza geometrica delle celle. La dignità umana viene così subordinata ai parametri indefiniti di un algoritmo d’emergenza, mentre lo Stato rinuncia a riforme strutturali, abbracciando l’arbitrio e la progressiva erosione della dignità umana. Un comune e amaro destino, ricco di quotidiana disperazione, unisce chi è condannato a subire le celle e chi è condannato a governarle.

In questo scenario di drammatica paralisi ordinamentale, sfibrati da una torrida estate, il prossimo 22 settembre la Corte costituzionale dovrà farsi carico di rispondere, finalmente e senza più infingimenti retorici, a una domanda radicale. Per quanto tempo ancora possiamo tollerare che la carcerazione violi i diritti umani fondamentali, traducendosi in una forma di tortura istituzionalizzata? O invece appare necessario accogliere la questione di legittimità costituzionale pendente - su cui l’Unione delle Camere Penali Italiane, con gli Osservatori Carcere e Corte Costituzionale, ha già depositato un proprio Amicus Curiae - consentendo ai magistrati di sorveglianza di sospendere l’esecuzione di una pena in concreto inumana o degradante?