di Luca Borioni
ideawebtv.it, 11 settembre 2025
Gherardo Colombo a Cuneo per parlare di giustizia: “Le riforme tecniche non bastano, serve educare”. Il suo volto resta indissolubilmente legato a “Mani pulite”, l’inchiesta che incise profondamente sul sistema della corruzione esistente al tempo, strettamente legato al finanziamento occulto dei partiti politici. A distanza di trent’anni, però, l’ex magistrato Gherardo Colombo è costretto a ripetere una constatazione amara: “Mani pulite è finita da tempo. Non è finita la corruzione. Il vero problema è che la cultura dell’illegalità è rimasta, in forme più o meno evidenti. È un fenomeno diffuso, difficile da scalfire. Per questo insisto sul nodo culturale: senza una consapevolezza condivisa, nessuna riforma sarà davvero efficace”.
L’impegno per la sua battaglia culturale lo porta domani sera (venerdì) all’evento organizzato nel Salotto della Fondazione Industriali a Cuneo, dalle 21, per approfondire il tema “Il senso del carcere, tra giustizia e democrazia”.
Dottor Colombo, perché oggi queste due parole sembrano evocare più problemi che certezze?
“Perché spesso si ritiene che la democrazia sia una istituzione meramente formale. Si vota, qualcuno vince, e chi vince può comportarsi come vuole, senza alcun limite: insomma, una specie di dittatura della maggioranza legittimamente eletta. Ma la natura della democrazia adottata dalla nostra Costituzione è diversa: questa afferma infatti che la sovranità appartiene al popolo “che la esercita nelle forme e nei limiti” che la Costituzione stessa stabilisce. E il primo limite - che in realtà è il fondamento di tutto il sistema - è il riconoscimento della pari dignità di ogni persona. Se chi esercita il potere calpesta la dignità di chiunque, la democrazia perde la sua sostanza”.
Giustizia e democrazia sono quindi legate in modo indissolubile?
“Sì, vanno a braccetto. Nel momento in cui si nega un diritto fondamentale a una sola persona, la democrazia è compromessa e la giustizia si stravolge. Attenzione, ci sono Paesi in cui la parola democrazia è intesa in senso meramente formale. Guardi agli Stati Uniti: lì la pena di morte convive con un sistema formalmente democratico, ma che nella sostanza nega il riconoscimento della pari dignità universale. Dignità che nella democrazia sostanziale non può perdersi mai (ragion per cui è esclusa la pena di morte)”.
Entriamo nel tema del carcere in Italia. Perché il sistema sembra non funzionare più?
“Non è che non funziona più, non ha mai funzionato, qualunque fosse l’amministrazione che governasse il Paese. Ci sono stati tentativi di riforma, alcuni anche trasformati in legge, ma i risultati non hanno scalfito la convinzione di fondo, secondo la quale il carcere ha il compito esclusivo di fare soffrire chi ha commesso un reato. L’ordinamento penitenziario, introdotto nel 1975, se fosse applicato alla lettera, cambierebbe la vita dei detenuti. Nel 1986 un passo avanti importante si è fatto con la cosiddetta legge Gozzini, che tra l’altro ha aumentato la platea delle misure alternative al carcere. Faccio notare che paradossalmente, mentre aumenta il numero delle persone sottoposte a pene alternative, aumenta anche la popolazione carceraria. Tra il 2015 e il 2018 ci sono stati tentativi di riforma globale, finiti quasi nel nulla. Contemporaneamente per alcune categorie di detenuti le condizioni si sono notevolmente aggravate. Insomma, le condizioni sono rimaste tali da rendere quasi impossibile qualsiasi forma di rieducazione”.
Si parla infatti delle carceri come di “università del crimine”...
“In carcere si impara spesso a delinquere meglio. La pena non assolve alla funzione che la Costituzione le assegna, cioè la rieducazione. E finché sarà così, la società non avrà nulla da guadagnarci”.
Lei ha citato anche i diritti negati, come quello all’affettività...
“Certo. La Corte costituzionale a gennaio dello scorso anno ha dichiarato incostituzionale il divieto di incontri intimi tra detenuti e partner. Però, il diritto è stato fin qui applicato una o due volte, e solo grazie alla determinazione di alcuni magistrati di sorveglianza. Guardiamo invece ai paesi confinanti: in Francia, Svizzera, Austria l’affettività in carcere è una regola. Da noi resta un tabù, la regola c’è, ma il sistema non si è strutturato perché venga applicata. In situazione analoga si trova il sistema di giustizia riparativa introdotto nel 2022 dalla Riforma Cartabia: sulla carta esiste, ma ancora non sono stati emanati i provvedimenti amministrativi perché possa essere applicata nella generalità dei casi”.
Il confronto con l’Europa ci vede arretrati anche sul piano delle strutture...
“Se guarda le foto delle carceri norvegesi si accorgerà subito della distanza che ci separa dai paesi più evoluti. In Italia le prigioni sono sovraffollate, spesso vi si vive in condizioni disumane”.
In più, in Italia, sembra che il carcere sia percepito come un mondo a parte, da nascondere...
“Il sistema penitenziario è molto lontano da quel che prevede la Costituzione, ma l’elettorato nella grande maggioranza lo vuole così. Il carcere dà la misura della realizzazione effettiva del sistema democratico voluto dalla Costituzione. La soluzione? Dovrebbe passare attraverso l’educazione della cittadinanza”.
Quindi una riforma non può essere solo tecnica...
“È necessario che tutti noi ci educhiamo al rispetto della dignità di qualunque persona. Non basta cambiare le leggi se la società non è pronta ad accoglierle. Bisogna lavorare nelle scuole e nella società civile, aiutando i cittadini a comprendere che il rispetto della dignità umana è un principio che non si può negoziare. Le parole di un esponente di governo, che afferma come sia per lui una gioia constatare “come noi non lasciamo respirare” un detenuto trasportato in auto per un trasferimento, danno la dimostrazione di come si sia lontani dalla Costituzione, secondo cui “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità”“.
In definitiva, la misura della salute della democrazia e della giustizia si vede nelle carceri?
“Proprio così. È lì, nel modo in cui trattiamo chi si trova nelle condizioni di maggior debolezza, che si capisce se la nostra democrazia è sostanziale o solo formale”.











