recensione di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 3 febbraio 2020
"La pacchia. Vita di Soumaila Sacko, nato in Mali, ucciso in Italia", di Bianca Stancanelli, Zolfo Editore. L'inchiesta della giornalista Bianca Stancanelli su Soumaila Sacko l'immigrato ucciso nel 2018 in Calabria. Niente luce né acqua, solo baracche, tende sfondate e una barriera di immondizia per recinzione. Dopo la fuga dal Mali e la paura, il mare e ancora altra paura, una vita randagia a raccogliere arance per un euro e venti a cassa, eccola, è questa l'ultima "pacchia" di Soumaila Sacko prima di venire ammazzato come selvaggina, con una fucilata alla testa.
Poche espressioni, nella nostra recente storia politica, si sono rivelate più inappropriate e, col senno di poi, più intollerabili di questa usata da Matteo Salvini in un comizio a Vicenza contro gli immigrati. È il 2 giugno 2018, festa della Repubblica, e il neoministro degli Interni proclama ai suoi che per i "clandestini la pacchia è finita".
Ottocento chilometri più a Sud, proprio in quei momenti, Soumaila si sta giocando la vita nell'azzardo (imperdonabile, per i suoi assassini) di raccattare qualche lamiera d'una fabbrica abbandonata per costruire una baracca un po' più resistente agli incendi che spesso divampano nel campo dei migranti a San Ferdinando, piana di Gioia Tauro, Calabria. In verità non è un clandestino (un anno prima ha ottenuto la protezione umanitaria, la tutela che poi Salvini cancellerà): però sopravvive come se lo fosse, fantasma fra i tanti che, per pigrizia, chiamiamo "invisibili", ma incrociamo sotto i nostri occhi ogni giorno, in quella doppia realtà dei "luoghi di transito" e di "incampamento" che assai bene ha descritto Michel Agier.
Senza forzature, mettendo uno accanto all'altro fatti e dichiarazioni come si usa nei grandi reportage, Bianca Stancanelli costruisce così il suo La pacchia (Zolfo Editore) con il passo dell'inviata di inchiesta (acquisito in palestre di indagine giornalistica come "L'Ora" di Palermo e "Panorama") e con l'indignazione di un j'accuse: non solo e non tanto contro l'inventore politico dell'assai infelice formula ma, a guardar bene, contro molti di noi, forse noi tutti, che assistiamo indifferenti (nell'accezione gramsciana della parola, dunque peggiore) alla quotidiana violazione dei diritti, alla continua dissipazione di risorse e di speranze che la nostra pessima accoglienza condita dalla nostra cattiva coscienza apparecchia senza sosta sul palcoscenico dell'immigrazione.
Questo scempio, che troppo spesso nei nostri giornali riduciamo a statistiche sugli sbarchi, è sotto i nostri occhi. Eppure, il mistero di Soumaila Sacko resta in parte intatto perché poco, della vita di un migrante, ci viene restituito dal percorso dell'accoglienza: lacerti di informazione, registri smozzicati, memoria perduta, identità cancellate.
Stancanelli, tuttavia, anche usando questi vuoti, ci rende la pienezza di un'ingiustizia: in due anni precisi, dallo sbarco del giugno 2014 a Taranto dopo il salvataggio sulla nave "Etna", all'ingresso nella baraccopoli di San Ferdinando nel giugno 2016, Soumaila passa da una condizione di soggetto da proteggere a quell'area grigia di lavoro irregolare e di sfruttamento tollerato che rende tutti un po' "clandestini" e dunque titolari di quella pacchia evocata dal capo della Lega.
Una pacchia fatta di fatica sottopagata senza la quale la nostra filiera agricola, devastata nei prezzi dalla grande distribuzione, sarebbe già da un pezzo spazzata via: anche questo è sotto i nostri occhi, anche questo viene derubricato in una dimensione di ineluttabile folclore storico-politico (i migranti, si sa, riempiono al tempo della raccolta le campagne nelle quali gente come Peppino Di Vittorio si batté per la dignità e il valore di un lavoro che, si sa, ha di nuovo perso dignità e valore...).
Insomma, Soumaila in questo libro diventa la dolente chiave d'accesso nei molti mondi storti che un migrante deve attraversare in Italia dal giorno del suo arrivo. Lo aveva capito benissimo Jerry Masslo, il primo di cui infine ci accorgemmo, scappato dall'apartheid del regime di Pretoria per finire ammazzato a Villa Literno nel 1989.
"Nessun sudafricano dimentica il razzismo e io l'ho visto qui in Italia, coi miei occhi ho visto qui cose che non dovrebbero accadere", disse profeticamente ai microfoni di Non Solo Nero, Raidue, poco prima di venire ucciso.
Eppure, quella che a Jerry apparve già un'Italia ingiusta, era un Paese che sapeva ancora indignarsi, non sprovvisto di anticorpi: in 200 mila marciarono a Roma in sua memoria, l'allora vicepresidente del Consiglio, Claudio Martelli, fu in prima fila alle esequie solenni tenute in una Villa Literno che rifiutava la patente di razzista perché la parola "razzista" era ancora vissuta come un insulto.
Bianca Stancanelli ci racconta oggi un'Italia feroce che rivendica la propria ferocia, distante da quella molti anni luce. E dunque strappare la vita di Soumaila alla sua invisibilità e impedire che l'oblio ne avvolga la morte è, prima che un corretto lavoro giornalistico, una piccola opera di civiltà.










