di Francesca Schianchi
La Stampa, 18 marzo 2025
L’ex presidente della Consulta, Gustavo Zagrebelsky: “L’Europa è una scatola vuota, Trump prodotto di incultura. Nel Pd non sanno che fare, io la penso come Schlein”. Tre giorni fa, piazza del Popolo a Roma si è riempita di persone scese a manifestare sotto la bandiera blu a stelle oro dell’Europa. Ora, passata l’onda di entusiasmo, la politica deve tornare a confrontarsi su riarmo e sostegno all’Ucraina. Per iniziare una conversazione su tutto questo, il presidente emerito della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky, intervenuto da remoto sul palco di sabato, pone una domanda: “Prima di tutto bisogna chiedersi: qual è la spinta morale, politica, emotiva, che ha portato in piazza tutta questa gente?”.
Qual è, secondo lei?
“Quando Michele Serra ha lanciato la proposta, mi sono detto che era una risposta alla paura e alla frustrazione di questo momento. E, più che per l’Europa, le persone penso siano scese in piazza per la pace”.
Lei ha definito la manifestazione “prepolitica”. Come si fa ora a portare avanti le istanze di quella piazza?
“Prepolitica ma anche iperpolitica, nel senso che va al di là della politica dei partiti. Ora, penso che sarebbe importante che questo movimento riuscisse a uscire dai confini dell’Italia, diventando un movimento europeo europeista”.
Chi dovrebbe prenderne le redini?
“Servirebbero tante Serre, diciamo così, tanti Michele Serra in tanti posti d’Europa, per poi stabilire un coordinamento e creare un movimento federalista europeo come predicava Altiero Spinelli”.
In piazza c’era chi ha idee diverse sul riarmo: come si può trovare una sintesi?
“Questo è il lavoro che spetta alla politica. Intanto, a livello prepolitico bisogna essere d’accordo su due cose. La prima, è il desiderio di pace, che è alla base della nascita dell’Europa. Avendo la consapevolezza che viviamo il rischio di una guerra come mai l’abbiamo conosciuta finora. In passato i conflitti venivano combattuti con armi crudelissime, ma non definitive: si poteva farsi la guerra e poi tornare indietro. Dopo il nucleare, la tecnologia bellica non permette più di tornare indietro”.
E la seconda cosa su cui essere d’accordo?
“Che l’Europa possa essere uno strumento per diffondere energia e forza di pace”.
Ma come si arriva alla pace? È su questo che esistono teorie diverse…
“Questo è compito della politica, che ha tanti strumenti. Non penso esista solo la pace attraverso la forza professata da Ursula von der Leyen: si può raggiungere la pace anche attraverso la diplomazia, la cooperazione, la creazione di un tessuto di fiducia verso gli altri. Si parla tanto di guerra perché si è creata una sfiducia generalizzata tra i popoli”.
Difficile fidarsi della Russia dopo l’aggressione all’Ucraina.
“Non oso entrare su quel terreno, perché forse anche l’aggressione dell’Ucraina è stata determinata da una mancanza di fiducia. Forse la Russia, che è l’invasore, si sentiva a sua volta minacciata… Sa, la famiglia di mio padre ha origini a San Pietroburgo e a Kiev: come ho spesso scherzato, se servisse un mediatore… “.
Gliela metto così: ha ragione il presidente francese Macron quando dice che la Russia è una minaccia per l’Europa?
“Non lo so, ma per dire cose di questo genere occorrerebbe aver fatto tutti i tentativi per capire le ragioni storiche, lontane e vicine, dell’aggressione russa. La motivazione di Putin non è solo l’arbitrio, ma è radicata nella storia, nell’idea che dove si parla russo sia territorio russo. Non dico che sia una buona cosa, ma prima di tutto occorre comprendere. Tante volte si è ragionato così”.
Una volta capite, però, bisogna andare avanti…
“O tornare al manifesto di Ventotene: lì si dice che per questa ragione vanno superati gli stati nazionali sovrani”.
L’Europa come si sta muovendo in questo scenario?
“L’Europa di oggi è una scatola vuota. Ed è a un bivio: il carattere di uno stato è un’economia, una cultura e la sicurezza garantita da una forza difensiva. Ripeto: difensiva. Dinanzi a una minaccia, da verificarsi diplomaticamente, bisogna avere gli strumenti per difendersi. Sia chiaro, nemmeno io voglio finire suddito della Russia putiniana”.
Non si fa che parlare di difesa, ma con idee diverse su come realizzarla.
“Ho apprezzato una frase che i giornali hanno attribuito alla presidente del consiglio Meloni: “Si parla troppo di armi”. Io ci aggiungerei: e troppo poco di altro”.
Di cosa?
“Contatti tra governi, diplomazia, relazioni tra le strutture della società. Io trovai sbagliatissimo allo scoppio della guerra interrompere i rapporti culturali e accademici con la Russia: servì solo a compattare il popolo russo su Putin”.
Cosa ne pensa del piano di riarmo di Von der Leyen?
“A prima vista la cifra di 800 miliardi sembra enorme, ma non so nemmeno se sia adeguata all’obiettivo e alla sua realizzazione concreta. Forse serve più che altro a mettere in moto economie nazionali, economie di guerra”.
Ma l’Europa trova che sia all’altezza della sfida?
“Se penso che l’Europa deve essere fatta dai governanti degli stati europei, no, non mi sembra all’altezza. Ma se vogliamo rilanciare l’Europa serve un popolo europeo, una spinta dal basso: da questo punto di vista, la manifestazione di sabato ci ha provato”.
Che opinione ha del presidente Trump?
“Trump è il prodotto della incultura in senso etimologico. Cultura ha la stessa matrice di coltura, coltivazione: si acquisisce lavorando un humus, un terreno, in tempi lunghi. C’è una parte del globo terracqueo, come direbbe la premier, a cui della cultura non importa niente, perché significa aspirazioni e obiettivi, ma anche limitazioni e costrizioni. C’è tanta gente che dice basta limiti, separazione dei poteri, diritti altrui. Li considera gabbie al prorompere di energie primordiali”.
Anche in Italia ne vede?
“Come no! C’è nel mondo e c’è in Italia una insofferenza per la cultura, intesa come faticosissima acquisizione di principi e valori acquisiti nel corso dei secoli”.
Sulla questione armi e Ucraina, la politica italiana che si spacca sulle risoluzioni europee come le sembra?
“Bisogna distinguere tra fratture, che sono insuperabili, e divergenze, che si possono recuperare. Per esempio, nella maggioranza, la Lega mi pare si muova fratturando: da partito nazionalista e sovranista, non può che avere un’idea negativa dell’Europa”.
Quella nel Pd sulla risoluzione europea era una frattura o una divergenza?
“Mi sembra che non sappiano bene cosa fare. Da una parte ci sono quelli che hanno votato sì, che predicano l’idea per cui non si può restare isolati in Europa. Dall’altra ci sono quelli che si sono astenuti, convinti anche loro che si debba anche parlare di altro che non siano armi. E questa, mi pare, è l’idea migliore”.
È d’accordo con la segretaria Elly Schlein, dunque…
“La mia posizione che, forse, chissà, coincide con quella della segretaria del Pd, è la seguente: è giusto parlare di sicurezza, anche attraverso la difesa, ma non basta. C’è molto altro che occorrerebbe tentare di fare”.











