di Andrea Colombo
Il Manifesto, 14 febbraio 2025
Anche se l’accordo c’era già da due giorni e gli ultimi inevitabili scogli erano stati superati già la sera prima, ieri mattina deputati e senatori sono arrivati all’ennesima votazione per l’elezione di 4 giudici costituzionali senza essere davvero sicuri di farcela. Invece è andato tutto liscio. Nessun problema per i due nomi già certi e blindati, per primo quello di Francesco Saverio Marini, ordinario di Diritto pubblico a Tor Vergata con alle spalle anche una lunga esperienza nel tribunale del Vaticano. È il papà del premierato, coccolato dalla premier e sponsorizzato dal partito di maggioranza relativa: non è mai uscito dalla botte di ferro. Incidentalmente è anche figlio d’arte: papà Annibale era giudice costituzionale e per un po’ anche presidente della Consulta. Nessun dubbio neppure sul candidato in quota Pd Massimo Luciani, docente di Diritto costituzionale alla Sapienza. È uno dei giuristi più universalmente stimati dall’intero centrosinistra con una quantità di incarichi alle spalle inclusa la presidenza della commissione per la riforma del Csm con Marta Cartabia guardasigilli e il coordinamento della commissione sulla bioetica dei Lincei. Nessuna nube.
I guai erano concentrati sugli altri due nomi. La spartizione prevedeva un giudice tecnico proposto dalle opposizioni e gradito alla maggioranza. La quadra si era trovata già martedì sera su Maria Alessandra Sandulli, ordinaria di Diritto amministrativo a Roma Tre ed esperta in Diritto sanitario. Il suo primo sponsor è stato Giuseppe Conte, il secondo Matteo Renzi che aveva già provato ad aprirle le porte della Consulta nel 2014: a fermarla era stato il veto di Fi, inviperita per le critiche aspre che aveva riservato alle riforme costituzionali volute da Berlusconi. Viene anche lei da una stirpe di costituzionalisti, con il padre Aldo famoso giurista, ex presidente della Corte, e una cugina, l’avvocato generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli, che per un po’ è sembrato le contendesse la pregiata nomina.
Tanta sovrabbondanza di rampolli avrebbe creato qualche problema nelle file del centrosinistra. Dicono poi che qualche malumore azzurro ci sia stato anche stavolta e di certo avanzava dubbi in extremis anche FdI, considerando Sandulli troppo benvoluta dall’opposizione e in particolare da Conte. Se le esitazioni ci sono state davvero si sono comunque rapidamente sciolte di fronte alla necessità di chiudere l’estenuante partita, soprattutto di fronte alla sferza di Sergio Mattarella. La telefonata di mercoledì sera tra la premier ed Elly Schlein non ha sbloccato niente: è servita solo a confermare l’accordo già siglato 24 ore prima.
I problemi veri, quelli che hanno tenuto la fumata bianca in forse sino all’ultimo, dimoravano tutti all’interno di Fi e della lotta tra diverse aree e diverse personalità nel partito azzurro. Una saga da serie Netflix, iniziata con la candidatura che pareva certissima del viceministro della Giustizia Sisto, bocciata però dalla premier: avrebbe lasciato un seggio parlamentare vacante e nel suo collegio si sarebbe candidato il governatore uscente della Puglia Emiliano. Tra deludere Sisto e perdere un seggio la premier non ha avuto dubbi. Al suo posto sarebbe potuto diventare giudice costituzionale Zanettin ma ad affondarlo ha provveduto lo stesso Sisto: senatore anche lui, seggio parlamentare a rischio, eliminato. Il professor Andrea Di Porto ha avuto il suo momento di gloria ma era stato avvocato sia di Berlusconi che di Fininvest: un po’ troppo per farlo eleggere come se nulla fosse.
La candidatura su cui puntava Tajani dall’inizio era quella di Gennaro Terracciano, prorettore dell’Università del Foro Italico, legatissimo al capogruppo Barelli ma anche molto allo stesso Tajani e in più amicone del capo di gabinetto della premier Caputi. La sua elezione avrebbe rafforzato sostanziosamente la posizione del vicepremier e della sua area all’interno di Fi. Quindi i deputati azzurri hanno provveduto a impallinarlo, con l’alibi della sua qualifica tecnica: “Ci vuole un politico”. E chi più politico di Roberto Cassinelli, che è un forzista della primissima ora, azzurro sin dal 1994, senatore e deputato? Il quarto giudice costituzionale è effettivamente lui.











