di Anna Lombardi
La Repubblica, 21 luglio 2025
Dai microfoni del Tg2, Gaetano Mirabella Costa, detenuto nel centro statunitense per migranti irregolari, si rivolge alle istituzioni: “Non ho la possibilità di parlare con un avvocato e nemmeno con un giudice”. “Siamo in gabbia come polli, 32 persone con tre bagni aperti, tutti vedono tutto. Non so di cosa mi accusano, non posso parlare con un avvocato né con un giudice”. È un racconto terribile quello che Gaetano Mirabella Costa, uno dei due italiani rinchiusi nel carcere-inferno inaugurato due settimane fa fra le paludi di Everglades, Florida, ed evocativamente battezzato Alligator Alcatraz dall’amministrazione Trump, fa ai microfoni del Tg2. Le condizioni di detenzione sono disperate: “Le autorità italiane mi aiutino a uscire da quest’incubo”.
Originario di Fiumefreddo di Sicilia, dove vive la mamma Rosanna Vitale, ha 45 anni e vive in America da 10. Arrestato in seguito a una denuncia dell’ex moglie per aggressione e possesso di stupefacenti è stato condannato a 6 mesi e all’espulsione. Doveva uscire dal carcere il 9 luglio, invece, l’hanno trasportato direttamente nel malsano supercarcere, “incatenato come un cane” come racconta la mamma. Può fare alcune chiamate: “È l’unica cosa positiva” dice la donna, spiegando, però, che anche quello è difficile: “Si deve mettere in fila e chiama quando è il suo turno”. A carico del destinatario, come è d’uso nelle carceri americane. “La situazione è molto dura, mi ha detto “mamma è da 10 giorni che non vedo il sole”. Noi non siamo stati ancora contattati da qualcuno per affrontare questa situazione ma faremo di tutto per farlo tornare, speriamo presto”.
A raccontare dall’interno le difficili condizioni di vita in quel luogo costruito in appena 8 giorni su un terreno insalubre e infestato da insetti e pitoni, assemblando roulotte, tende e circondando il tutto con filo spinato e 200 telecamere, ci ha già provato anche l’altro italiano prigioniero. Fernando Artese, 63 anni, entrato con un visto turistico di 90 giorni nel 2014 e rimasto in Florida. A un giornalista del Tampa Bay Times ha descritto “condizioni da campo di concentramento”. E ieri per lui la figlia 19enne Carla ha aperto una sottoscrizione su GoFoundMe che ha lanciato dal suo account Instagram: “Papà ha sempre lavorato duro per mantenerci. Ci preparavamo a lasciare tutti per sempre gli Stati Uniti quando lo hanno arrestato e mandato ad Alligator Alcatraz dove lo trattano da criminale ed è privato di ogni diritto, rinchiuso in una cella senz’aria”, scrive la giovane nel suo accorato post. “Non gli danno informazioni e non lo hanno inserito negli archivi: non esiste come carcerato. Gli passano appena due miseri pasti a 12 ore di distanza. Il caldo è terribile ma ha potuto fare finora solo due docce. I gabinetti sono otturati non c’è sapone né spazzolini da denti. Ci serve un avvocato che ci aiuti e soldi per coprire le spese. Vi prego, aiutatemi a liberare mio padre”.
Ieri anche Matteo Renzi, leader di Italia Viva, è intervenuto sul caso con una nota durissima: “Un italiano è chiuso “in un pollaio”, detenuto ad Alligator Alcaraz, il centro voluto dai sovranisti americani. Non può chiamare un avvocato. Il Governo dei patrioti continua a fare il maggiordomo di Trump o intende difendere i diritti di un cittadino italiano? La domanda forse è retorica, la risposta di Meloni certo è ridicola. Gli italiani nei pollai, la Meloni genuflessa a Trump”. Pure Angelo Bonelli di Alleanza Verdi e Sinistra attacca: “Questo governo, sempre pronto a compiacere Washington, resta in silenzio anche davanti a una palese violazione dei diritti umani. Patrioti a parole, vassalli nei fatti”.











