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di Armando Punzo

Corriere della Sera - La Lettura, 22 gennaio 2023

Armando Punzo ha appena vinto il Leone d’oro per il Teatro. “La Lettura” gli ha chiesto di ricordare il senso di un’esperienza nata 35 anni fa.

Il carcere è per me luogo del reale e allo stesso tempo metafora della prigione velata in cui tutti siamo rinchiusi. Per come è comunemente inteso, è soltanto un luogo inutile e distruttivo per le persone recluse e per tutti noi.

Il mio ruolo è stato anche quello di stimolare, promuovere e accompagnare la sua quotidiana trasformazione. Un’istituzione non è immutabile e, come una persona, può cambiare, trasformarsi, crescere, evolvere. Può non essere sempre uguale a sé stessa, può non ripetersi all’infinito, può felicemente tradire la concezione comune e migliorarsi. Può, dunque, farsi promotrice di innovazione.

Per fare questo non deve arroccarsi su posizioni conservatrici, deve attuare un processo di minor/azione, deve crescere riducendo in sé quelle parti che impediscono questo processo, deve dialogare con l’altro da sé. Gli uomini e le donne che la abitano, la reggono e la giustificano, devono mettere in atto questo circolo virtuoso.

Ecco quello che è accaduto a Volterra, in fase sperimentale, con l’arrivo del teatro. Un percorso molto difficile e lungo, ma che una volta avviato non è più stato possibile arrestare, e che ci porta oggi a festeggiare anche l’inizio dei lavori di costruzione di un (nuovo) teatro in carcere unico al mondo. Io lavoro da quasi trentacinque anni per la costruzione di un teatro in un carcere, Jean Genet pensava e auspicava che i teatri dovessero essere costruiti nei cimiteri.

Due luoghi accomunati, per diversi motivi, da un destino di estraneità e dalla rimozione dal contesto sociale. Il tutto potrebbe essere riassunto nella necessità di uscire fuori dal mondo così come è immaginato. In un momento storico dove invece tutti cercano di starci dentro, trovare il proprio posto, di avere protezione e rassicurazione, questo movimento contrario può solo aiutare ad aprire gli occhi sulla realtà che viviamo.

Per capire la portata di questo progetto, bisogna pensare a un’autentica trasformazione dell’istituto di pena in un istituto sperimentale dedicato al teatro e alla cultura. Il palcoscenico privilegiato di un mondo imprigionato e che ci racconti le contraddizioni della nostra realtà. Uno straordinario punto di osservazione sull’uomo e sulle sue azioni.

La nostra esperienza ha una funzione pubblica. Ha prodotto spettacoli premiati più volte (e a questi riconoscimenti si è appena aggiunto il Leone d’oro alla carriera della Biennale Teatro 2023), eventi culturali di livello internazionale, ha creato un rapporto con il territorio, fa formazione professionale ai diversi mestieri del teatro. Si tratta oggi di realizzare con una prospettiva ancora più solida, organizzata e visibile, quello che con la Compagnia della Fortezza abbiamo fatto in modo del tutto pionieristico.

Si potrebbe arrivare a selezionare, tra la popolazione detenuta nazionale, i più dotati come attori, cantanti, ballerini, musicisti, drammaturghi; quelli interessati alla regia; quelli a cui interessano le altre arti legate alla scena come scenografia, illuminotecnica, costumi; quelli con propensione verso i lavori tecnici, organizzativi, amministrativi, di promozione.

Una compagnia formata in questo modo può lavorare tutto l’anno e produrre più spettacoli da portare in tournée nei festival e nei teatri più importanti d’Italia. E poiché da sogno nasce sogno, c’è già una nuova sfida all’orizzonte: la Compagnia della Fortezza nei teatri d’Europa.