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di Francesco Patanè, Alessandro Puglia e Claudio Reale


La Repubblica, 10 agosto 2021

 

Dodici penitenziari su 23 sono troppo pieni. E fra rivolte e suicidi l'assistenza è insufficiente. Il Garante: "Troppi ferimenti sospetti". La bomba a orologeria è una polveriera fatta di 5.891 vite. Uomini e donne, non figure senza volto e neanche sempre colpevoli: perché nelle carceri siciliane che ribollono di rabbia e di caldo più di un detenuto su tre aspetta ancora la sentenza definitiva e intanto vive dietro le sbarre, in condizioni che in estate diventano spesso estreme. E in uno spazio che la legge prevedrebbe più grande: 12 dei 23 penitenziari dell'Isola ospitano infatti più persone di quante potrebbero contenerne, e le rivolte come quelle dell'anno scorso a Palermo-Pagliarelli (che secondo le statistiche del ministero della Giustizia aggiornate al 31 luglio custodisce 1.199 detenuti a fronte di una capienza teorica di 1.182) o le aggressioni agli agenti di polizia penitenziaria come quella di fine luglio a Caltagirone fotografano una situazione in cui il sovraffollamento è la scintilla che fa scoppiare un incendio di sofferenza.

Contro le regole - Le regole, del resto, sono solo teoriche. Il dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria considera accettabile uno spazio di tre metri per tre a testa, e su questo dato calcola la capienza delle carceri: i detenuti realmente presenti, però, secondo le statistiche dello stesso ministero della Giustizia aggiornate al 31 luglio, la superano ad Agrigento, Caltanissetta, Gela, Catania-Bicocca e Catania-Piazza Lanza, Enna, Piazza Armerina, appunto Palermo-Pagliarelli, Termini Imerese, Augusta, Siracusa e Castelvetrano. Da sempre il problema è la distribuzione: la capienza teorica di tutte le carceri siciliane è infatti di 6.443 detenuti, 452 in più, ma ci sono istituti pieni come un uovo e altri semivuoti. I dati, però, in alcuni penitenziari sono più gravi di quanto appaia dalle mere statistiche: "A Caltagirone - osserva Domenico Nicotra, segretario generale aggiunto del sindacato della polizia penitenziaria Osapp - ci sono 398 detenuti su una capienza teorica di 542 posti, ma non è agibile un'intera parte della struttura e quindi il numero si abbassa. Lo stesso vale a Giarre: a fronte di una capienza di 58 persone ci sono al momento 37 detenuti, ma in realtà un'intera area è stata chiusa proprio per carenza di personale".

Il dato peggiore, comunque sia, è quello di Bicocca: dovrebbero starci in 135, ma in questi giorni caldissimi i detenuti sono 201: quasi il 60 per cento in più del limite che lo Stato ritiene accettabile. Il calcolo, quindi, è presto fatto: ciascuno di loro ha a disposizione meno di 2 metri per tre. Ma il quadro descritto dal Garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, è ancora peggiore: "Su 201 persone presenti - dice - 183 si trovano nella zona di alta sicurezza, che ospita più del doppio delle persone previste". In queste condizioni la polizia penitenziaria finisce per essere in difficoltà, soprattutto numerica: "A fronte di un organico previsto di 200 unità - calcola Nicotra - ce ne sono effettivamente 170. Di queste 55 sono distaccate al nucleo Traduzioni e piantonamenti che di fatto non opera su Bicocca: il numero, quindi, si riduce a 115. Noi la sicurezza la garantiamo sempre, ma gli errori e le carenze di organico significano inevitabilmente avere conseguenze sul piano dei servizi alla persona".

Una questione di civiltà - Perché i servizi non sono un concetto astratto. "Dalle condizioni delle carceri - avvisa Pino Apprendi, referente in Sicilia dell'associazione Antigone, che vigila sui penitenziari di tutta Italia - si può dedurre la civiltà di un Paese". Quella italiana, e siciliana in particolare, non è elevatissima: "Nell'ultima visita a Trapani - racconta Apprendi - ho trovato celle di isolamento con un buco per terra come bagno. Si dormiva nello stesso ambiente in cui si facevano i bisogni. Il lockdown, in queste condizioni, è stato ancora più duro. Ad Agrigento ci sono infiltrazioni d'acqua in vari reparti e stanze anche con tre letti a castello. Ma poi in generale ci sono carceri in cui non si può fare la doccia ogni giorno e strutture come Pagliarelli dove è stata interrotta tutta la didattica".

Il caldo di Pagliarelli - Su quest'ultimo fronte, in realtà, la neo-direttrice del carcere palermitano, Maria Luisa Malato, ha le idee abbastanza chiare: "A settembre - anticipa - proveremo a far ricominciare la didattica sia a distanza che in presenza. Non avevamo finito il cablaggio". Nel più grande penitenziario palermitano, dove fra febbraio e aprile c'è stato un grande focolaio di contagi Covid con un'ottantina di casi complessivi, secondo la stessa direttrice i problemi riguardano semmai i funzionari pedagogici: "Sono fortemente sotto organico", ammette Malato, che invece rivendica la disponibilità di tre psichiatri. Chiamati, però, a far fronte a una popolazione di quasi 1.200 detenuti contro una capienza teorica di 1.182. E questo rimane il tema principale: "Il sovraffollamento - riflette la direttrice - non sarebbe enorme, viste le dimensioni del carcere. Bisogna dire però che con il caldo diventa un grande problema".

Prigionieri della mente - Un problema ancora più complicato da gestire quando le condizioni psichiatriche di partenza non sono buone. Questo, in realtà, è l'altro enorme bubbone: sulla carta l'ex ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto è stato riconvertito in casa circondariale dal 2018 e da allora i detenuti sarebbero dovuti passare nelle Rems, le residenze assistite. Per il Garante, però, non è andata così, a partire dalla struttura della provincia di Messina: "I soggetti presenti nell'istituto di Panzera a Reggio Calabria, struttura di cui abbiamo chiesto la chiusura - accusa Palma - venivano trasferiti proprio a Barcellona Pozzo di Gotto, che di fatto sta diventando un grosso agglomerato di disagio mentale". Non solo: sulla carta le Rems in Sicilia dovrebbero essere quattro, ma in realtà sono solo due, a Naso (nel Messinese) e a Caltagirone (in provincia di Catania). "Così - attacca Nicotra - in tutte le carceri siciliane ci ritroviamo una grande parte del personale di polizia coinvolto in episodi con detenuti che hanno problemi psichiatrici. Quelle persone avrebbero bisogno di strutture e personale adatto".

Quegli strani infortuni - Il rovescio di questa medaglia è l'autolesionismo. "In quest'ultimo anno - prosegue Palma - a Bicocca sono stati segnalati solo quattro casi di autolesionismo, contro i 98 di piazza Lanza. Anche questo è un numero che va interpretato: c'è stata una maggiore segnalazione a piazza Lanza oppure c'era una situazione più tesa? E poi emerge che a Bicocca nell'ultimo anno ci sono stati oltre 65 infortuni accidentali". Gli infortuni che avvengono nelle carceri vengono catalogati come infortuni sul lavoro, incidenti a seguito di attività fisiche o sportive o in maniera più generica come "infortuni accidentali". Per il Garante, però, rappresentano una "categoria opaca": "Quando troppo frequentemente si scivola nella doccia o si sbatte la testa - annota Palma - è qualcosa che mi lascia sempre dubbioso".

Fine pena mai - Anche perché nelle celle si muore tanto. Il 2021 è stato un anno peggiore del precedente: secondo il dossier "Morire di carcere" dell'associazione Ristretti, che tiene traccia di tutti i detenuti defunti dietro le sbarre, fino al 5 agosto i decessi sono stati quattro contro i due dello stesso periodo del 2020. Nomi, non numeri: il 29enne Chibeb Hamrouni, morto il 24 gennaio per cause da accertare a Termini Imerese, il 52enne Massimo Bottino, deceduto per malattia a Pagliarelli lo stesso giorno, il 37enne Paolo Chiofalo, defunto a Pagliarelli in circostanze da chiarire il 28 marzo e il 40enne Giovanni Puzzanghera, che si è suicidato ad Augusta il 15 maggio. "L'unica contromisura possibile - commenta Apprendi - è consentire almeno condizioni di vita migliori nelle carceri. Chiediamo poi che per reati minori si creino pene alternative come gli arresti domiciliari".

Fino a prova contraria - Tanto più che i detenuti non sono sempre condannati in via definitiva. Anzi: lo sono in poco più di un caso su due, visto che ancora secondo i dati del dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria (aggiornati in questo caso al 30 giugno) solo 2.208 detenuti su 5.817 sono dietro le sbarre per effetto di una sentenza passata in giudicato. Per una sorte che nell'attesa costringe a stare in celle caldissime e troppo strette. Per un'ingiustizia, quella sì, certificata al di là di ogni ragionevole dubbio. E che la Sicilia, come tutto il Paese, continua a dimenticare.