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di Tullio Filippone e Marta Occhipinti

La Repubblica, 14 gennaio 2023

L’utilizzo di spazi adeguati, lezioni in presenza, connessioni alla rete. Sono i problemi che affliggono i cento studenti delle carceri siciliane.

Dopo una prima laurea in Ingegneria, Mario (questo e altri nomi sono di fantasia), ha deciso di iscriversi in Architettura per continuare un percorso di studi e lasciarsi alle spalle gli anni bui di un passato nella criminalità organizzata.

A Catania, il cinquantenne Luigi, dopo trent’anni, ha deciso di tornare a studiare sui libri del dipartimento di Agraria, ed è subito entrato nel cuore dei docenti. A Messina, Filippo è stato uno dei pochi a potere sostenere un esame orale di diritto privato sulla piattaforma Teams, sotto lo sguardo vigile degli agenti della polizia penitenziaria, mentre altri suoi colleghi incontravano il regista del laboratorio teatrale dell’ateneo.

Sono le storie dei detenuti che in Sicilia trovano una seconda occasione nei poli universitari penitenziari, che oggi contano oltre cento immatricolati che scontano una pena nei 23 istituti penitenziari dell’Isola: il grosso, 73, sono a Catania e 20 a Palermo, segue Messina, con appena 7 studenti. I problemi che affliggono i detenuti-universitari: laurearsi, in queste condizioni, è una scommessa. Vediamo perché.

“La maggior parte dei nostri iscritti frequenta i corsi di Agraria, ma tra i più frequentati ci sono Giurisprudenza, Scienze Politiche e abbiamo anche un iscritto detenuto a fine pena, che frequenta tecniche di laboratorio grazie a permessi studio - dice Paola Maggio, delegata del Polo universitario penitenziario di Palermo, inaugurato a ottobre 2021 - l’Ateneo di Palermo ha investito nella formazione donando cinque pc ai due istituti Pagliarelli e Ucciardone”.

In un solo anno accademico le immatricolazioni al polo di Catania, che garantisce il diritto allo studio al 70 per cento dei detenuti siciliani sono passate da 46 a 73. Ma oggi la grande scommessa riguarda le lezioni in presenza, l’utilizzo dei pc e della connessione internet. “Secondo le linee guida i docenti dovrebbero incontrare per almeno tre volte, di cui una in presenza i detenuti, ma questo non avviene per problemi logistici, come la mancanza di spazi - dice Teresa Consoli, delegata del polo penitenziario di Catania - una mancanza a cui suppliscono i tutor, alcuni dei quali studenti dello stesso ateneo con una laurea triennale, che li guidano nel piano formativo”.

Una novità promossa dal rettore Midiri arriverà dal polo di Palermo, dove nel secondo semestre si terrà un corso in presenza, aperto a detenuti studenti del Pagliarelli e dell’Ucciardone e a tutti gli altri universitari, coordinato dalla delegata dell’ateneo Paola Maggio e dalla docente Alessandra Sciurba. Il tema sarà l’identità e parteciperanno tutti i docenti dei corsi di laurea degli iscritti. Non è ancora stato attivato il quarto polo previsto dall’accordo nell’università Kore di Enna, che coprirebbe gli istituti carcerari del centro Sicilia, oltre a Enna anche Caltanissetta, San Cataldo e Piazza Armerina.

“Abbiamo ricevuto richieste di detenuti dirottati in altri atenei”, dice Agata Ciavola delegata della Kore. Così, ad esempio, un giovane detenuto di Enna si è potuto iscrivere a Catania, dopo una mobilitazione partita dai genitori, con tutte le difficoltà per garantire per lui le lezioni.

La sfida resta il reinserimento sociale di una popolazione carceraria, che parte spesso da livelli di istruzione non elevata, che non li abilita ad accedere ai corsi di laurea: “I dati nazionali confermano che solo il 2 per cento dei 60mila detenuti possiede una laurea, il 57 per cento ha una licenza di scuola media e il 19 solo la licenza elementare - dice il professore Giovanni Fiandaca, garante regionale dei diritti dei detenuti - In Sicilia il livello medio di istruzione è ancora più basso”. L’altro nodo riguarda i fondi: l’ultima finanziaria regionale ha previsto uno stanziamento di 150mila euro per i poli universitari siciliani. Un tesoretto, ma che non basta per migliorare i servizi.