di Francesco Nania
La Sicilia, 27 luglio 2026
“Rispetto l’opinione del procuratore, ma è una valutazione personale”. Dal primo settembre dello scorso anno, l’avvocato Anthony De Lisi è il Garante regionale dei diritti delle persone private della libertà personale. Ha assunto questo incarico con la consapevolezza delle profonde criticità che interessano il sistema penitenziario e con l’intento di mettere la propria esperienza al servizio della tutela dei diritti fondamentali, favorendo soluzioni concrete e un dialogo costante con le istituzioni.
Che cosa ne pensa della dichiarazione del Procuratore di Palermo De Lucia, che ha affermato che le carceri italiane non sono più sotto il controllo dello Stato?
“Rispetto l’opinione del procuratore De Lucia, ma ritengo che quella sia una sua valutazione personale. Per quanto mi riguarda, da quando ho assunto l’incarico di Garante dei detenuti visito quotidianamente gli istituti penitenziari e ciò che riscontro è una realtà fatta di gravi criticità: sovraffollamento, carenza di personale, strutture spesso fatiscenti e condizioni di vita che mettono a dura prova sia i detenuti sia gli operatori penitenziari. È questa la situazione che tocco con mano ogni giorno e che richiede risposte concrete da parte delle istituzioni”.
Il sistema penitenziario è in sofferenza strutturale?
“Il sistema penitenziario versa da tempo in una condizione di grave sofferenza strutturale. Ciò che dispiace è che l’attenzione sulle carceri si accenda quasi esclusivamente durante l’estate, quando le alte temperature aggravano le condizioni di vita dei detenuti, oppure in occasione di rivolte o presunte tali. In quei momenti diventano tutti esperti e opinionisti. Il tema delle carceri, invece, meriterebbe un’attenzione costante, 24 ore su 24 e per tutto l’anno, perché riguarda diritti, sicurezza e dignità delle persone, non solo quando diventa un’emergenza mediatica”.
Di chi sono le responsabilità?
“Credo sia un errore cercare un unico responsabile. Non si può puntare il dito soltanto contro i detenuti o contro chi lavora nelle carceri. Le criticità del sistema penitenziario derivano da un insieme di concause che devono essere affrontate con maggiore attenzione e senza letture superficiali, se si vogliono individuare soluzioni realmente efficaci”.
Quali?
“In meno di un anno ho partecipato a due audizioni presso la commissione Salute dell’ars e ho redatto tre relazioni nelle quali ho individuato con chiarezza il vulnus del sistema. Tra le principali criticità emerge la risposta sanitaria all’interno degli istituti penitenziari. Per un detenuto ottenere una visita specialistica è estremamente complesso e ancora più difficile è riuscire a sottoporvisi. Alle ordinarie difficoltà organizzative si aggiunge, il problema delle traduzioni verso le strutture sanitarie, che spesso non possono essere garantite a causa della carenza di personale della Polizia penitenziaria o della necessità di assicurare la presenza degli agenti per consentire ai detenuti di partecipare alle udienze in tribunale. Il risultato è un inevitabile ritardo nell’accesso alle cure, con una compromissione concreta del diritto alla salute”.
Troppe aggressioni e troppi suicidi nelle carceri?
“Mancano gli psichiatri e la loro presenza negli istituti penitenziari è ormai indispensabile. L’elevato numero di detenuti con fragilità psichiche e di persone con problemi di tossicodipendenza rende il loro contributo fondamentale. Purtroppo, però, i concorsi banditi per reclutare questi specialisti vanno spesso deserti e, di conseguenza, la carenza di personale si aggrava sempre di più, con pesanti ripercussioni sull’assistenza sanitaria e sulla gestione quotidiana delle carceri”.
In sette mesi, si è fatta un’idea di come affrontare il problema della carenza di agenti penitenziari?
“Quando il presidente della Regione, Renato Schifani, mi ha proposto questo incarico, ho subito chiarito che non mi sarei limitato a rispondere alle lettere dei detenuti. Ho ritenuto che il ruolo del Garante dovesse essere soprattutto quello di portare all’attenzione delle istituzioni le criticità del sistema penitenziario e contribuire concretamente alla ricerca di soluzioni. Il grave sottodimensionamento del personale di polizia penitenziaria può essere affrontato solo dallo Stato attraverso nuovi concorsi e un adeguato piano di assunzioni. Tuttavia, aumentare gli organici non è sufficiente. È altrettanto indispensabile investire nella formazione del personale. Chi entra oggi in servizio deve poter contare sull’esperienza di operatori qualificati, capaci di affiancarlo e trasmettergli le competenze necessarie per affrontare le situazioni più complesse. Durante una rivolta, un’aggressione o altri eventi critici, la preparazione e l’esperienza possono fare la differenza, sia per garantire la sicurezza degli operatori sia per assicurare una gestione efficace e proporzionata delle emergenze”.
Il sovraffollamento delle carceri siciliane continua a rimanere un’emergenza. Che risposte ci si deve attendere?
“Anche in questo caso è lo Stato a dover individuare soluzioni legislative efficaci. A mio avviso, occorre intervenire innanzitutto sul piano strutturale. A Trapani, ad esempio, esistono ancora celle inagibili: il primo passo dovrebbe essere il loro recupero e la loro riattivazione. Parallelamente, è necessario garantire una maggiore tempestività nelle decisioni dei Tribunali di sorveglianza. In tutta Italia si potrebbero recuperare centinaia di posti anticipando la concessione della libertà ai detenuti che hanno ormai un residuo di pena limitato e possiedono i requisiti previsti dalla legge. In questo modo si ridurrebbe il sovraffollamento, si garantirebbe maggiore spazio all’interno delle celle e si migliorerebbero sensibilmente le condizioni di vita dei detenuti, eliminando una delle principali cause di protesta legata all’insufficienza degli spazi”.










