di Seby Spicuglia
La Sicilia, 3 giugno 2026
Villari, garante regionale dei detenuti, denuncia un sistema al collasso. “Zecche nere appese ai tetti. Dappertutto. In alcuni periodi, nel carcere di Cavadonna, cadono nei piatti dei detenuti mentre mangiano”. Giovanni Villari, garante dei detenuti nell’area di Siracusa, è stato il primo della Sicilia a ricoprire questo ruolo, e per 3 anni l’unico. Conosce bene la realtà carceraria, l’affronta ogni giorno e si sbraccia, con lettere e segnalazioni, perché ai reclusi venga garantita umanità e rispetto. Battaglia non sempre facile: tempi burocratici, disattenzioni, voci soffocate.
“Il sistema penitenziario regionale, ma anche nazionale, sta conoscendo un momento buio, soprattutto a causa della carenza di personale. Le strutture sono fatiscenti, molte sono ante ‘800, andrebbero ristrutturate e adeguate. La strumentazione dell’area sanitaria in molti casi è carente, così come le diagnosi”.
Le apparecchiature per radiografia ed ecografia non ci sono, “ma mancano anche i medici che dovrebbero usarle. Le sedie da dentista sono rarissime, e quando ci sono manca il dentista”. Gli interventi “sono a pagamento ed esosi, seguo un detenuto che dovrebbe subire un intervento grave ai denti, ma mentre la sua regione, la Campania, lo pagherebbe, qui non ha modo di farlo. Parliamo di 17mila euro”. E i problemi ai denti “li hanno tutti i detenuti, chi più chi meno”. Quando qualcuno può permettersi un dentista esterno, a parte i tempi biblici, “il professionista deve portarsi dietro tutta la strumentazione necessaria, perché in carcere non c’è”.
Villari, a proposito dei tempi lunghi prima di poter essere curati nelle carceri siciliane, porta l’esempio di un detenuto “con due enormi cisti nella mano, ma il dermatologo e il chirurgo si passano l’un l’altro la palla, al punto che il ragazzo, dopo 3 anni e mezzo di attesa, in piena psicosi si è detto pronto ad operarsi da solo con un coltello”. Per i carcerati, star male e non poter essere curati, “è una tortura fisica e psicologica, e i medici del carcere, senza tutte le risorse né le medicine necessarie, si trovano con le mani legate”. Altro caso, “un uomo con una neoplasia enorme al collo, in attesa da anni per una visita”.
È capitato, caso estremo, di un detenuto siracusano malato da tanto “per il quale il magistrato aveva deciso l’invio in una struttura d’assistenza intensificata per le cure. E’ arrivato catatonico, col pannolone, incapace di ingerire cibi solidi. Nel giro di due mesi è morto. Gente in questo stato non può stare in carcere”. Le cucine negli istituti penitenziari siciliani “non sono il massimo, i carrelli dovrebbero essere igienicamente chiusi ed ermetici, e così non è”. Nel carcere siracusano di Cavadonna i detenuti hanno denunciato - in una lettera al nostro quotidiano la presenza di vermi e larve nel pane, ma anche quando questo è in condizioni migliori “viene fornito al è obbligatorio, invece qui non viene garantito nemmeno agli anziani”, si legge ancora. Una situazione che i detenuti ritengono incompatibile con il diritto alla salute garantito dalla Costituzione.
Poi il tema del vitto e delle condizioni igieniche. Le cucine vengono definite “antigieniche e fatiscenti”, prive persino di utensili di base per distribuire il cibo. I detenuti lamentano razioni insufficienti, nessuna variazione nei menù nemmeno durante l’estate - cibi caldi - e la mancanza di una tabella alimentare regolare. Ma il passaggio più duro riguarda il pane distribuito nella mattina e deve durare fino all’indomani - rivela Villari - trasformandosi in gomma”.
Ci sono blocchi, nelle carceri siciliane, assediati da topi, quelli dove viene ammassata l’immondizia prima di portarla via, e a volte ci vogliono ore, o alle spalle delle cucine. “È pieno. I detenuti ironizzano amaramente dicendo che ci si può andare a caccia”. Gli ascensori non sempre sono funzionanti, “un vero calvario per i detenuti con difficoltà di deambulazione, spesso cadono dalle scale che sono costretti ad usare. Basta immaginare cosa avviene se un carcerato ha un infarto: infermieri che corrono col defribrillatore in mano per le scale, il malato portato a braccia”. La violenza tra detenuti nelle carceri siciliane esiste, “c’è sempre struttura: “Spesso vengono rinvenuti all’interno muffa, larve e insetti”, sostengono. Una denuncia che, secondo quanto scritto, sarebbe stata presentata più volte negli anni senza ottenere alcun riscontro.
Nella lettera vengono contestate anche le restrizioni introdotte sui pacchi alimentari inviati dalle famiglie, con l’eliminazione di prodotti sottovuoto e formaggi. Decisioni che, secondo i firmatari, aggraverebbero ulteriormente le difficoltà di chi già vive condizioni economiche precarie o si trova lontano dai propri familiari.
Tra i problemi segnalati c’è anche quello più prepotente. Fuori dalle celle vige il controllo, ma all’interno no”. Villari racconta di una violenza brutale che ancora lo sconvolge, e che si lega alle problematiche sanitarie. “Un detenuto schizofrenico non prendeva le pillole da 4 settimane. È andato fuori di matto, e ha ferocemente brutalizzato un compagno di cella con un bastone, lacerandogli le parti interne. È stato operato ed è vivo per miracolo”. I casi psichiatrici “sono tanti, servirebbero visite più frequenti dello specialista, ma avviene di rado”.
Sono istantanee raggelanti quelle che emergono dal racconto di Villari. Frammenti di una realtà che il carcere restituisce raramente all’esterno: non solo un luogo di detenzione e, possibilmente, di rieducazione, ma un mondo a parte, dove anche i disagi più elementari rischiano di restare invisibili. Perché quelle storie arrivino fuori dalle mura serve spesso la rabbia di detenuti che affidano a una lettera le proprie richieste d’aiuto e la tenacia di chi, come i garanti, continuano a richiamare tutti al rispetto di una parola semplice ma decisiva: dignità. il guasto dell’ascensore del blocco 50, inutilizzabile da mesi. Una situazione che costringerebbe i detenuti addetti ai servizi interni a trasportare pesi lungo le scale per distribuire vitto e sopravvitto. Uno di loro, raccontano, avrebbe riportato la lussazione di un braccio, con successivo trasferimento in ospedale. Ancora più complicata la situazione dei detenuti con problemi motori, spesso costretti a dipendere dall’aiuto di altri compagni perfino per raggiungere i colloqui con i familiari o l’ora d’aria.
Altro punto riguarda il sopravvitto, con ritardi nella consegna della spesa e una progressiva riduzione dei prodotti acquistabili. E poi il freddo: “L’80% dei riscaldamenti non funziona”, denunciano i detenuti, raccontando di settimane senza acqua calda e di bagni “pieni di muffa” a causa degli aspiratori guasti. Nella parte finale, però, la lettera cambia tono e diventa quasi un appello umano prima ancora che una denuncia. “Noi non siamo solo detenuti, siamo quella parte di società che paga per poi ricominciare”. Parole che restituiscono il senso più profondo del documento: la richiesta di non essere dimenticati dietro le sbarre. I firmatari sostengono di avere presentato reclami per anni senza mai ricevere risposta. “Negli anni hanno elemosinato il minimo indispensabile”, scrivono ancora. E annunciano che, in assenza di interventi da parte delle istituzioni competenti, avvieranno una protesta pacifica rifiutando il “carrello” del vitto “fino ad oltranza”. Una scelta estrema che accompagna una domanda semplice, ma pesante: poter scontare la pena senza perdere la propria dignità.










