di Alessia Candito
La Repubblica, 11 luglio 2024
Fino a 18 persone in circa 30 metri quadrati, con un gabinetto alla turca, senz’acqua e circondati. Uno si è spento all’Ucciardone sabato pomeriggio dopo aver inutilmente chiesto per mesi di uscire per potersi curare. L’altro si è lasciato morire rinunciando ad acqua e cibo per protestare contro una condanna che credeva ingiusta. “Due morti annunciate nel giro di una settimana, è così che si vuole risolvere il sovraffollamento delle carceri in Sicilia?”, tuona il presidente regionale di Antigone, Giorgio Bisagna.
“Non è ammissibile che in carcere e di carcere si debba continuare a morire. Lo Stato - sottolinea - ha il dovere giuridico e morale di tutelare le esistenze di chi è trattenuto”. Ma stando al rapporto del Garante per le persone private della libertà sullo stato degli istituti di detenzione, è difficile credere che ci riesca davvero. Soprattutto in Sicilia. Nell’Isola non c’è carcere con faccia registrare tassi più o meno importanti di sovraffollamento.
Gli istituti al momento accolgono 6.835 persone, formalmente “solo” circa quattrocento in più dei posti disponibili, per un grado di sovraffollamento pari a circa il 105 per cento. Ma spesso diverse camerate se non intere sezioni sono inagibili, dunque il dato vero - emerge dal report - è pari al 116,88 per cento. Ed è percentuale statistica. In alcune strutture, soprattutto quelle più grandi, la situazione è di gran lunga peggiore.
Un esempio? La sezione 9 del carcere dell’Ucciardone di Palermo, di recente teatro di una protesta dei detenuti. Lì le condizioni - denuncia il garante cittadino Pino Apprendi - sono disumane. “Due detenuti in poco più di dieci metri quadrati, senza potere fare alcuna attività che tenda a un possibile ravvedimento e conseguente reinserimento nella società”. L’ora d’aria spiega è di fatto garantita solo sulla carta. Dovrebbero essere due al mattino e due al pomeriggio, ma “spesso diventano un’ora e mezza per la mancanza di personale”. Nel concreto si traduce in guppi anche di 18 persone che si dividono “circa 30 metri quadrati, con un gabinetto alla turca, senz’acqua e circondati da rifiuti,”.
E con il caldo la situazione peggiora. In nessuno dei penitenziari c’è condizionamento, le strutture sono vecchie e fatiscenti e al cuni provvedimenti sembrano quasi una provocazione. Ad Agrigento, spiegano da Antigone, sono state modificate le prese elettriche per poter usare i ventilatori, ma tocca ai detenuti comprarli. “In queste condizioni - spiega chi in carcere lavora - la protesta è sempre dietro l’angolo”. E a cascata, provvedimenti disciplinari, isolamento, guai. Che in futuro non possono che peggiorare.
“Il nuovo decreto sicurezza ha introdotto il reato di rivolta carceraria, che di fatto sanziona anche la resistenza passiva - spiega l’avvocato Giorgio Bisagna - Significa che lo Stato al problema carceri sa rispondere solo con la repressione”. E non potrebbe essere più sbagliata. Negli istituti- ed è questo il vero problema - manca tutto: operatori, educatori, personale medico, psicologi, mediatori. La scelta di aumentare solo il personale di sicurezza - tuonano da Antigone - significa puntare sulla repressione per nascondere criticità e carenze strutturali. In assenza di strumenti, personale e opzioni di costruzione di vita fuori dal carcere, la funzione rieducativa della pena rischi di rimanere solo su carta. E poi, sottolinea Bisagna, “c’è una totale inadeguatezza della risposta trattamentale per i tanti detenuti affetti da disturbi, se non malattie psichiatriche certificate”. Ma questo spiega solo in parte lo straordinario aumento dei suicidi in cella. In Sicilia, dall’inizio dell’anno se ne contano tre, innumerevoli sono stati i cosiddetti eventi critici - atti di autolesionismo, scioperi della fame o della sete, tentativi di togliersi la vita - registrati anche in uno dei due minorili della regione. Con il decreto Caivano, anche gli istituti di ragazzini sono stati riempiti a scoppiare. Per la prima volta da anni il Malaspina è in sovraffollamento. “Adesso i problemi non si risolvono, si spostano - dice un operatore che chiede l’anonimato - i ragazzi vengono sballottati da un Ipm all’altro senza approfondire le ragioni del loro disagio. L’unico risultato è di rendere ancor più complicati i legami familiari o sociali”. Nel vuoto di relazioni e attività, a crescere è solo la frustrazione.
Ma forse il vero nodo è che la maggior parte dei detenuti in carcere neanche ci dovrebbe stare. In Italia, quasi diecimila detenuti su 45.600 sono stati condannati a pene inferiori a tre anni, ad altri 16mila circa ne rimangono meno di due da scontare. Ma le misure alternative sono ancora lusso per troppo pochi.










