di Paolo Mazza
cosenzachannel.it, 22 febbraio 2025
L’omicidio avvenuto all’Istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia ha riacceso con forza il tema della sicurezza negli istituti italiani. Dopo quell’episodio, il governo ha emanato una circolare congiunta dei ministri Giuseppe Valditara e Matteo Piantedosi che apre alla possibilità di utilizzare metal detector nelle scuole, su richiesta dei dirigenti e con il coinvolgimento delle prefetture e delle forze dell’ordine, nei casi di rischio documentato. Una misura che non impone varchi fissi, ma consente controlli mirati e temporanei. “Una libertà, non un’imposizione”, l’ha definita il segretario nazionale Ugl Scuola a Dentro la Notizia. Il dibattito, però, è tutt’altro che chiuso. Anzi, divide profondamente la comunità scolastica.
Ne parlano ai nostri microfoni l’ex dirigente scolastico del Liceo Scorza Aldo Trecroci e l’attuale dirigente del Liceo Pitagora Alisia Rosa Arturi. “La scuola non è un carcere né un aeroporto” - Alcuni sostengono che, sul piano della prevenzione, l’uso dei metal detector possa ridurre il rischio che vengano introdotte armi o oggetti pericolosi a scuola. In questo senso possono rappresentare un deterrente, soprattutto alla luce di episodi gravi che si sono verificati nel nostro Paese. La dirigente scolastica del liceo rendese, tuttavia, invita a considerare anche le possibili ricadute negative della misura: “Dal mio punto di vista si rischia di creare un clima di sfiducia.
La scuola potrebbe apparire più come un aeroporto o un carcere che come un luogo educativo. A questo si aggiungono i costi elevati per l’acquisto degli strumenti e per il personale chiamato a gestirli. E, soprattutto, non si interviene sulle cause profonde del disagio giovanile e della violenza che oggi emergono in alcuni contesti”. Per Arturi la sicurezza non può ridursi a una questione tecnologica: “La sicurezza non dovrebbe basarsi solo su questi strumenti, ma insistere sull’educazione alla legalità, sulla gestione dei conflitti, sulla presenza stabile di psicologi scolastici. Bisogna puntare sulla collaborazione tra scuola, famiglia e territorio e su interventi mirati nei contesti più fragili”.
Il metal detector, dunque, può avere senso solo “in situazioni straordinarie e temporanee, ma non deve essere visto come soluzione strutturale per tutte le scuole”. Perché, aggiunge, “la sicurezza nasce soprattutto da rapporti sani, dalla relazione educativa che si instaura con e tra studenti e studentesse, dall’ascolto e dalla prevenzione”.
Dirigere una scuola oggi significa muoversi su un crinale sottile: “Bisogna tenere insieme la sicurezza reale degli studenti, la serenità del clima scolastico, le aspettative delle famiglie, le pressioni mediatiche e istituzionali e la tutela giuridica personale. È un equilibrio non facile”. Per questo, sottolinea, “il metal detector è una misura di sicurezza e anche un messaggio simbolico, ma va valutato se c’è un rischio concreto e documentato. Altrimenti si altera la percezione della scuola come comunità educativa”.
Come si controllano migliaia di studenti? Le perplessità di un ex dirigente scolastico - Ancora più netto è il giudizio di Aldo Trecroci, che considera la misura inattuabile: “Abbiamo all’ingresso mille studenti che entrano alla stessa ora. Si creerebbero file di una o due ore. Non è adeguato il numero delle entrate né il personale. Il metal detector suona per tanti motivi: una cintura, un mazzo di chiavi, delle monete. Dovremmo controllare studente per studente, farli spogliare, come in aeroporto. È impossibile”. Per Trecroci la questione è anche di efficacia: “Se uno studente è davvero malintenzionato, può trovare altri modi per introdurre un’arma. Le scuole hanno finestre a piano terra, accessi diversi. Non è una soluzione che garantisce sicurezza”.
E - come Arturi - avverte: “La scuola non è il luogo della repressione. Non è una caserma. Non si possono attuare certe misure senza snaturarne la funzione”. L’alternativa, secondo l’ex preside, è un rafforzamento dell’azione educativa: “Quando una classe è problematica bisogna segnalarlo e chiedere supporti. Psicologi ed educatori devono essere figure strutturate. I docenti non devono essere lasciati soli”. Una proposta concreta riguarda l’organizzazione interna: “Se una scuola è in un contesto difficile si può derogare sul numero di alunni per classe, scendere da 27 a 20. Classi meno numerose permettono un controllo più capillare, un rapporto più diretto, un intervento educativo più efficace”.
Sul punto Arturi insiste molto: “C’è una crescente fragilità emotiva tra i ragazzi: ansia, ritiro sociale, autolesionismo, difficoltà relazionali post pandemia”. E poi, sulla stessa lunghezza d’onda dell’ex collega: “Lo sportello psicologico deve diventare strutturale in tutte le scuole, non un progetto temporaneo. È lì che intercetti il disagio in tempo”.
Entrambi concordano su un principio: la sicurezza è prioritaria, ma non può essere ridotta a un varco elettronico. “La prevenzione relazionale è molto più potente della prevenzione meccanica”, ribadisce Arturi. E Trecroci conclude: “Bisogna lavorare sul clima, sul rispetto reciproco, sull’educazione. Il metal detector rischia di dare un’illusione di controllo, ma il vero presidio è la comunità educante”. Il confronto resta aperto. La circolare consente interventi mirati in presenza di rischi concreti, ma la sfida più profonda riguarda l’identità stessa della scuola: spazio di sicurezza, sì, ma prima di tutto luogo di crescita, ascolto e responsabilità condivisa.










