di Fabrizia Giuliani
La Stampa, 17 luglio 2025
Pesano, i diritti, quale che sia la partita politica. Pesano nella valutazione dell’esercizio del governo, valutazione che appartiene a chi fa politica, a chi parla scrive e commenta dentro e fuori i nostri confini. Ma il giudizio appartiene soprattutto alla comunità dei governati, a chi tutti i giorni si misura con diritti che mancano o che ci sono solo nella forma, ma nella sostanza non si riescono a esercitare. Diritto è una parola che ha un significato molto ampio oggi, una parola ombrello; sembra precisa quando la usiamo ma può tradire. I diritti sono invece una grammatica complessa e quando li evochiamo, per poterli difendere, dobbiamo saper distinguere. Senza distinzione non c’è critica e nemmeno libertà.
Ma veniamo ai mille giorni: Caivano e il Decreto Sicurezza sono stati passaggi chiave di contrazione dei diritti, fondati sulla repressione e la restrizione delle libertà. Passi indietro gravi non solo per la criminalizzazione della protesta ma per la legittimazione dell’uso della forza. Vorrei solo sottolineare un aspetto, centrale politicamente: i giovani, le giovani non si educano colpendoli, né pensando il carcere come una vera soluzione. Aumentare le pene ai cattivi ragazzi, pensando allo stato delle nostre prigioni, magari moltiplicandole, non li renderà migliori né garantirà la nostra sicurezza, anzi. Non si nasce cattivi, lo si diventa, in certi posti e in certi momenti. Trasformare quegli spazi è ciò che la politica dovrebbe fare, se vuole davvero sradicare la violenza e non costruire soluzioni illusorie, a volte contrarie a principi di umanità, come nel caso dei figli delle detenute madri, costretti in carcere. Un’infanzia con le sbarre cosa lascia, oltre la rabbia e la sofferenza? La pena è destinata solo a produrre altra pena o la catena si può spezzare? Se guardiamo alle politiche migratorie, ai rimpatri, ai centri in Albania, sembra che debba restare ben salda. Che sia necessaria a mantenere l’idea dell’assedio, del nemico, dello straniero pericoloso da cui è necessario difendersi con ogni mezzo, costi quel che costi, anche un pezzo di umanità. Perché sappiamo bene che il nostro mercato del lavoro si regge sui migranti e girare la testa davanti ragazzi e adulti che parlano un italiano migliore del nostro ma a cui neghiamo ogni percorso verso la cittadinanza è moralmente un’ipocrisia imperdonabile, politicamente un atto autolesionista.
La strada giusta in materia di garanzia dell’esercizio del diritto è invece quella seguita per il contrasto alla violenza sulle donne. Contrariamente a quanto accade nell’Argentina di Milei, la premier ha scelto di riconoscere il femminicidio sul piano giuridico e varare misure di formazione per i giudici e protezione per le vittime. Ma soprattutto ha scelto di condividere il percorso con l’opposizione; levare il barrage dalle scuole, aprire a percorsi che educhino alla differenza, alle diversità, facendo cadere il fantasma del gender, completerebbe il quadro: non è detto che non ci si possa arrivare.











