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di Vincenzo Morgera e Luigi Isaia*

La Repubblica, 7 agosto 2026

Il nuovo Decreto sicurezza sulla punibilità dei minori dimostra ancora una volta che il nostro paese non è in grado di garantire ai suoi figli un futuro. In altre parole non è un paese per i ragazzi. È la cartina di tornasole del fallimento della politica e di conseguenza dello Stato. Un fallimento che non si può addebitare solo alla destra attualmente al governo con i suoi provvedimenti sulla sicurezza indirizzati principalmente alla pancia del paese. Bisogna avere il coraggio, come ha ampiamente richiamato su questo giornale Michele Serra, di responsabilizzare anche la sinistra “buonista e garantista”.

Se abbiamo una destra alla ricerca del consenso facile che sforna provvedimenti sempre più repressivi, dall’altra parte abbiamo una sinistra incapace di intercettare l’insicurezza e la paura che vive la maggioranza dei cittadini che si sente vittima predestinata della criminalità minorile e giovanile ma non solo. Paradossalmente la sinistra è ancora più responsabile, poiché negli anni in cui ha governato, non ha saputo rassicurare i cittadini proponendo, su due cavalli di battaglia delle destre come immigrazione e contrasto alla criminalità, soluzioni prima credibili e poi attuabili.

Una inadeguatezza che ha finito per alimentare gli stessi fenomeni perché impostata su una lettura deterministica che non legge dentro la loro complessità ma si nasconde dietro la foglia di fico delle disuguaglianze come cause scatenanti dei problemi. Questo giudizio severo con la sinistra è figlio della grande delusione maturata in chi ha creduto che fosse possibile un cambiamento. L’aggravante di questo atteggiamento sta nel fatto che non tiene in conto che il sistema penale minorile possiede al suo interno gli anticorpi per garantire al minore, al ragazzo che diventa visibile alla società con la misura cautelare, di accedere a una serie di opportunità - dalla sanità, alla scuola, alla formazione e allo stesso lavoro - che fino a quel momento gli erano state negate.

Ecco: la battaglia della sinistra per distinguersi da una destra forcaiola e repressiva dovrebbe essere fatta per garantire ai ragazzi l’accesso a questi diritti. La sinistra deve smetterla di praticare “l’indulgenza plenaria” nei confronti delle fasce più deboli. Dovrebbe invece iniziare a seminare nel solco dei diritti e dei doveri di cui ogni cittadino di uno Stato democratico deve tener conto e utilizzare, per la tutela stessa di chi entra in conflitto con la giustizia, il concetto di responsabilità. Nel nostro contesto regionale, per superare questa impasse, un gruppo di comunità che accoglie minori dell’area penale si è organizzata come Rete e ha iniziato una interlocuzione con la Regione per affrontare alcuni dei problemi che sono alla base delle difficoltà che le comunità incontrano nel loro quotidiano lavoro per trasformare la misura cautelare in una forma di welfare capace di intercettare i bisogni dei ragazzi in conflitto con la giustizia.

In questo tentativo sono stati coinvolti il Cncm, il Cgm della Campania e le autorità giudiziarie dei Tribunali per i minorenni di Napoli e Salerno, ed è stato presentato all’Assessorato regionale alle Politiche sociali un documento programmatico sulle criticità che devono affrontare le comunità nel garantire ai ragazzi che accolgono la qualità del servizio: a febbraio è iniziata una interlocuzione che è ancora in corso.

Le emergenze che vivono le comunità necessitano però di una risposta immediata e bisogna dire che, purtroppo, nonostante la buona volontà dimostrata al tavolo aperto in Regione, queste emergenze non possono essere affrontate coi tempi della politica che fa registrare un ritardo grave nelle risposte. Un ritardo che è una iattura per le comunità. Tra le criticità che abbiamo individuato c’è in primo luogo l’attività di vigilanza e controllo della qualità che le istituzioni devono garantire a tutela del servizio che le comunità offrono. In secondo luogo il mancato adeguamento delle rette per il collocamento dei minori in comunità ferme al 2014. 

Come pure abbiamo segnalato la sperequazione tra le rette che pagano le regioni del nord rispetto a quelle del sud. Una sperequazione che richiama le vecchie gabbie salariali degli anni 60. Oggi purtroppo dobbiamo prendere atto che la logica del mercato ha sostituito la passione che prima spingeva le persone ad avvicinarsi al lavoro sociale e in particolare all’impegno del lavoro in comunità. È di questi giorni la cronaca che racconta della chiusura di strutture, compresa una comunità che accoglieva minori dell’area penale e l’arresto dei responsabili, per diversi reati legati a fondi pubblici e violenza. Tutte queste criticità trovano terreno fertile nelle contraddizioni della politica, di destra e di sinistra.

*Gli autori sono rappresentanti della Rete delle Comunità dell’area penale